Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Se Sostenibilità fosse una persona, sarebbe un guastafeste … — maggio 6, 2012

Se Sostenibilità fosse una persona, sarebbe un guastafeste …

Il suo cugino tedesco, invece …

Forse dipende davvero tutto dai punti di vista. Se stai di qua o di là, le parole cambiano. Mi spiego: Caporetto per noi è divenuto sinonimo di sconfitta, di sconfitta pesante e che brucia. Ma per i vincitori di quella battaglia posso immaginare, Caporetto avrà un senso ben diverso!

Ricordo una mia compagna di università che si divertiva a ricordarci che le invasione barbariche in Germania si chiamano “migrazioni di popoli”: Völkerwanderungen. Da noi, giustamente, violenza, paura, orrore …. Di là popoli in viaggio alla ricerca di una nuova casa.

Lo stesso fatto assume fin dalla sua denominazione significati diversi. È curioso, ma ciò accade anche oggi, nell’era del globish e dell’appiattimento lessicale.

Ecco un esempio.

Sostenibilità

In questa parola ci sono incappata per una ricerca di lavoro e mi ci sono fermata un po’, perché confesso che l’unione tra la parola “sostenibilità” e ciò che essa esprime non mi ha convinto. Wikipedia definisce la sostenibilità come la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente. In parole semplici vuol dire che in un dato processo si attivano dei meccanismi per cui ciò che si realizza non decada.

Ecco, io trovo che “sostenibilità” non sia la parola giusta per dire tutto questo. Addirittura trovo che contenga un qualcosa di negativo, un freno, una nota pessimista, l’atteggiamento del classico guastafeste. Se fosse una persona sarebbe uno di quei tipi che stanno lì con la puzzetta sotto il naso a dire “no qui, no là, forse è meglio rinunciare, uff, che fatica …” Insomma il signor Sostenibilità non sarebbe di certo un piacevole compagno di viaggio.

Per spiegarmi questa antipatia sono andata a caccia di etimi. Ho trovato, con mia sorpresa, che il dizionario on-line della Treccani nemmeno riporta il sostantivo, ma solo l’aggettivo: sostenibile.

L’origine è latina: da sustĭnēre, vale a dire “tenere in alto”. Poi, la Treccani porta una serie di esempi e di usi del verbo: le colonne che sostengono i palazzi, le persone che sostengono opinioni, il bon ton che sostiene il decoro della famiglia, ma anche un manager che sostiene una carica, e infine i navigatori che sostengono il mare senza venirne sopraffatti … L’aggettivo, per estensione, significa “compatibile con le esigenze di salvaguardia delle risorse ambientali” da cui la sostenibilità.

Ecco spiegato il mio disagio. È una parola faticosa che mi dice che adesso devo reggere un peso, una fatica per salvaguardare un futuro.

Mi pone a priori dei limiti, alza paletti invece che mostrarmi prospettive.

Ripensando alla mia amica e alle migrazioni barbariche e decido di fare un viaggio all’estero per capire se magari oltreconfine vi sono altri punti di vista.

L’ambasciator Legacy

Mi fermo in terra inglese e trovo qui e là la parola legacy, che per noi italiani suona un po’ come legare, quindi penso: forse significa legare azioni presenti ad un futuro migliore. Il primo significato è “eredità” e per estensione “qualcosa lasciato da un predecessore”. Scavo nel passato e trovo l’origine è latina, da de-legare, ovvero delegato, cioè ambasciatore. L’ambasciatore che porta qualcosa. Il termine in realtà è legato all’informatica, ma viene usato sempre più nei progetti a lungo termine legati a grandi eventi. Scopro però con dispiacere che anche gli inglesi usano la cugina “sustainability” e dunque siamo da capo.

Le parole dei barbari

Decido allora con coraggio di andare nella terra dei barbari, la terra dei sostantivi lunghissimi, la terra in qui il guanto si chiama “Handschuh”, ovvero: scarpa per la mano. Barbari, non c’è dubbio, ma barbari precisissimi!

Bene! Per dire sostenibilità in Germania dicono “Nachhaltigkeit”. Difficile da pronunciare, mi rendo conto, ma semplicissima e intuitiva. Ognuno che parli tedesco ne comprende subito il senso.

Nach significa dopo.

Haltigkeit deriva da halten, tenere.

Scopro, inoltre, che nach è di derivazione indogermanica (nek) e significa: raggiungere, ottenere.

Eureka, mi dico!

Nulla a che fare con la pesantezza del tenere qualcosa sopra di sé. Qui si tiene qualcosa per raggiungere … La definizione che trovo poi è quasi un sogno: utilizzo di un sistema rinnovabile in modo tale che possa mantenere intatte le caratteristiche e si possa rigenerare in modo naturale. Sebbene applicata all’ambiente questa impronunciabile parola si estende ad ogni possibile sistema: sociale, culturale, organizzativo … È la stessa definizione di sostenibilità, ma in movimento, in avanti, con parole vitali quali “rigenerare”! A questo punto non posso non chiedermi: non è che di là la Nachhaltigkeit abbia maggiore successo rispetto alla nostra sostenibilità, perché di là la parola evoca futuro e di qua peso? La storia di questo concetto, poi, è intrigante:

1713: compare per la prima volta il concetto di “Nachhaltigkeit” in un testo di Carl von Carlovitz legato alla conservazione dei boschi

1973: Nel Club of Rome compare con forza l’inglese “sustainable” a proposito di stato di equilibri globali

1980: “sustainable” compare nel documento di “World Conservation Strategy” (ONU)

Fino al 1987 il termine inglese è comunque poco usato e semmai solo in ambito forestale e s’impone solo nel tentativo di offrire una traduzione al tedesco “Nachhaltigkeit”. La parole è nata in Germania! Dai barbari.

Noi italiani abbiamo deciso di acquisire quella inglese che ha origine latina e così hanno fatto tutti i paesi romanzi. Allora, ecco la mia proposta. Dalla Germania abbiamo già preso alcune parole. Leitmotiv. O la bellissima Weltanschauung.

Perché non acquisire anche Nachhaltigkiet. Per la pronuncia, basta cliccare qui. Credo che ci aiuterebbe. Ci aiuterebbe davvero.

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Filo senza senso — ottobre 22, 2011

Filo senza senso

Da principio pare timida.

Una i piccina e stretta che sguscia, spinta dal piede di  una L , che la guida.

La i s’affaccia appena.

Il suo puntino si guarda intorno, saltella e guizza avanti

costringendo la L a un passo più deciso.

Liiiiiiiiiiiii

Prende coraggio. Un passo, lo stipite

ed è in bilico

Lib-b…b …

Un salto avanti forte sul suolo: be!

Ed è di lá: Li-be!

Si tira su, occhio solerte.

L’aria le piace e allora

prende la rincorsa su una r rotolante.

Libe scorrrrre e un salto ancora…

Piedi a terra ed é taaa!

Spalanca tutta se stessa, le braccia, il viso, la gioia, l’aria aperta ed immensa ed è finalmente

Li e ber e taaaaaaaaaaa. Finalmente Libertá!

Che meraviglia, che forza, che crescendo maestoso e vasto ed infinito.

E quell’accento? Un respiro pieno, schietto e vibrante!

….

Ma ohibò,  che vedo? Che le stanno facendo?

Oramai solo un filo è, che disegna delicatamente una fragile figura: Libertá

E basta una mano indifferente che di passaggio fingendo noncuranza ne tiri l’estremitá.

E scompare.

La a si slaccia

la t e la r si disfano,

la e si scioglie, la b si china,

la i si spegne e

la L s’appiattisce.

Non resta che un filo, abbandonato e piatto.

Non resta che un filo senza senso.

(ora che il PDL vuole cambiare nome al partito, ho recuperato nello scantinato del mio disco rigido questo post, scritto ai tempi della neo-coniatura della compagine di mister B: presa dallo sconforto avevo scherzato, diciamo così, con la parola libertà, ormai davvero solo un segno, un filo, una forma senza contenuto. Un packaging perfetto, per una scatola vuota.)
Doppia certificazione di esistenza — giugno 10, 2011

Doppia certificazione di esistenza

Ieri ho assistito ad una serata di “meet the media guru”. Il tema era particolarmente affascinante: quale futuro ha la scrittura nell’era del digitale, del web 2.0, del social networking? A parlare sul palco del Teatro dal Verme a Milano, nomi eccellenti, veri e propri guru della comunicazione e della scrittura. La serata è iniziata alle 21.00 e si è trascinata fino alle 23.30 circa. Trascinata, ebbene sì e spiego perché.

Prima, tuttavia, è necessaria una premessa. Io non sono una conservatrice. Né sono una di quelle persone che condanna a priori il mondo del social networking. Come potrei: ho ben tre blog, inoltre ho un account su facebook, su twitter, su linked-in, su friendfeed, su flickr, su anobii, su prezi, su slide share … insomma, sono  abbastanza “social”, direi.

Vivo questi contenitori a tratti, a fasi, a seconda dell’umore, del tempo, della mia voglia di lasciare una traccia oppure no.  Ma, appunto,  li vivo e non condivido le opinioni di chi condanna totalmente, ad esempio, facebook solo perché vi si trovano decadenti esibizionisti. Viviamo nell’epoca del narcisismo, ma questo non significa che facebook in sé sia negativo. Una volta erano i libri ad essere condannati o bruciati. Questi mezzi, oggi, non sono solo luoghi di voyerismo o narcisismo. Sono anche piattaforme di incontri, opinioni, scambi. Rapidi, mordi e fuggi, è vero, ma veri nella loro essenza digitale. E soprattutto sono luoghi interattivi.

Nella serata di ieri, in un certo senso, di questo si è parlato. Con uno sguardo al problema della scrittura tradizionale.  La domanda che incombeva su tutti noi era chiara: i libri tradizionali sono destinati  morire?

Non voglio soffermarmi qui sulle risposte offerte ieri sera. Aprirei una parentesi immensa. Riporto solo le parole del professore Derrick de Kerckhove che ha proposto un equilibro tra le diverse scritture rilevando comunque che la scrittura su carta rallenta i ritmi e costringe alla riflessione. La scrittura su carta fissa le cose. Diviene permanente. Mentre il digitale arriva, passa, si volatilizza. È  rapido e mutevole. Ma può comunque offrire nuovi strumenti per la creazione e di fatto lo sta facendo.

Abbiamo quindi  la scrittura tradizionale (e la lettura tradizionale) e abbiamo la scrittura digitale (e la lettura digitale). La prima riflessiva e strutturante, mi verrebbe da dire, la seconda volatile per nulla sterile, iper-creativa.  

Affascinante, non c’è dubbio. Eppure ieri, a mio avviso, gli organizzatori hanno dimenticato un elemento fondamentale: l’uomo (o donna) in quanto essere fisico, presente.  Chi ne ha colto il paradosso è stato un musicista: Roberto Carlone della Banda Osiris che sulla performance con musicisti proiettati su schermo ha abilmente giocato con straordinaria (e suggestiva) creatività.

Vengo al punto.

All’inizio della serata ci è stato detto che dovevamo tenere acceso il nostro smart phone e twittare commentando la serata. Siamo stati invitati tutti a interagire (interattività è una parola fondamentale nell’era digitale) con tweet, post e pics.

Immaginatevi dunque la scena, il teatro di ieri sera.

Siamo seduti in platea. Grandi guru della scrittura ci raccontano le loro riflessioni. Addirittura viene abbozzato un dibattito tra 5 nomi illustri italiani (tra cui l’inventore del blog Spinoza, che adoro), ma che di fatto si riduce ad un monologo degli stessi. Sale un guru, poi un altro, poi un altro. Alle loro spalle, sono proiettate diapositive power point di supporto, poi i “nostri” tweet e infine una slide dinamica di prezi, arricchita, intervento dopo intervento,  con parole chiave. Poi, ultimo intervento, arrivederci e grazie.

È chiara la scena? Siamo seduti in platea, sul palco scorrono idee straordinarie, o discutibili, a seconda. E noi dalla platea veniamo invitati a interagire. Ma, sia chiaro, solo … digitalmente!

Il paradosso, no, ancora peggio, l’estremizzazione. L’invasione del digitale nel reale. È un’inversione a U: non il mondo reale verso quello digitale, ma quello digitale che s’impone sul mondo reale.

Noi muti, ma rapidi della digitazione sui tastini del telefonino. Noi a bocca chiusa. Noi a interagire con il mondo reale che sta davanti a noi, ma solo in modo digitale. Noi stessi trasformati in platea digitale, in pixel. Noi non reali, non fisici. Noi comparse o strumenti per diffondere nella rete quanto viene detto e non, invece, attori di un evento reale che avviene in quel luogo fisico, in quel momento fisico tra esseri umani, fisici. Noi ad annullare noi stessi in quanto persone di carne ed ossa e convertirci in commenti twittati. Noi a trasformarci in avatar di noi stessi.

Sono una conservatrice se mi chiedo, io che siedo a pochi metri dai guru, perché devo interagire digitalmente e non posso interagire fisicamente? Intendo dire: alzando la mano, aprendo la bocca, facendo uscire suoni che sono parole, magari rese più espressive da mani che si muovono, occhi che fissano? E ricevere di rimando una risposta fisica del relatore, anche lui con suoni che diventano parole, magari con le mani, la mimica, i gesti a spiegare meglio quel preciso concetto. Siamo tutti dentro un teatro ma è come se fossimo davanti ad uno schermo. Come si può parlare del rischio per la scrittura su carta se abbiamo già perso la facoltà di comunicare, o addirittura di vivere, dal vivo? Di vivere in prima persona un evento senza il bisogno di convertirlo in un messaggio per il web 2.0? Come se la realtà fisica non ci interessasse più. Come se non sapessimo più lasciarci andare alle emozioni, ai pensieri fini a sé stessi dentro la nostra testa, destinati solo a noi e a persone reali come noi, vicino a noi. E solo lì. Come se ci interessasse solo la realtà convertita in tweet e pics. Come se il resto, il  non twittato, non esistesse.

Ecco, io che posto su facebook, che twitto su twitter, che carico foto su flickr e che sto scrivendo questo post per un mio blog, mi dico: non dimentichiamo che siamo fatti di carne e non di pixel. E che fuori dal web non c’è IL NULLA. Lì fuori ci siamo noi, semplicemente noi, gli esseri umani.  Con la nostra voce, i  nostri occhi, le nostre mani.

E allora, collegandomi al tema di ieri sera, mi dico: carta! La scrittura fissa le cose? Allora non  smetterò mai di comprare libri di carta perché in questo modo sono certa, non dimenticherò mai di essere fatta di carne e ossa. Di essere qui, ora, un essere umano tangibile. E certamente non delegherò mai a tweet e pics la certificazione  del fatto che esisto.

E per andare sul sicuro questo post ora lo stampo su carta e metto i fogli in una cartelletta di cartoncino colorato.

E se avessi torto? Vabbè, per andare sul sicuro, mando pure un tweet.

Doppia certificazione di esistenza, la chiamerei.

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