Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Amore a prima vista — luglio 10, 2013

Amore a prima vista

Parecchi anni fa avevo comprato un libro edito da Feltrinelli solo per questa foto. Il Sassolungo ne occupava interamente la copertina. Il libro era impilato in mezzo ad altri volumi e la mia mano lo aveva afferrato di getto.  Casa mia, avevo pensato, mentre giravo tra gli scaffali di una libreria milanese. Il libro era di Pietro Citati e non ricordo assolutamente nulla. Ho cancellato sia il contenuto, sia il titolo.  Mi aveva deluso, questo lo ricordo bene. Forse speravo di trovarci casa mia… La foto invece mi è rimasta dentro. E poi solo anni dopo ho scoperto che questa foto è opera di uno dei miei fotografi preferiti: Luigi Ghirri. Lo scatto è del 1979. E la si può vedere fino a fine agosto in Triennale  a Milano. Credo che un salto lo farò. Nonostante i 35-e-passa gradi. Sarà come rivedere un antico “amore a prima vista”. E vederlo in carne e ossa.

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Ikea, I love you. — gennaio 26, 2013

Ikea, I love you.

L’Ikea è un luogo malefico. Entri per comprare due sedie ed esci senza sedie, ma in compenso hai candele al profumo di sandalo, tovaglioli a righe colorate, vasetti di plastica che non userai mai, strofinacci vintage che si aggiungono alla montagna di quelli che hai già, portafotografie di misure impossibili, vasi per fiori che finiscono in cantina. Tutto è molto colorato, accattivante e mentre giri e rigiri tra le tue mani questi oggetti, scatta qualcosa nel cervello che ti dice che senza quel particolare mestolo non puoi cucinare, che è fondamentale per agguantare le polpette svedesi la cui ricetta naturalmente è in prima fila nel libro di ricette che hai cacciato nei sacchi stracolmi Ikea.

Perché l’Ikea è questo. Ti fa sognare di avere una casa Ikea, che ti piace molto, ma è la-tipica-casa-ikea e allo stesso tempo sei convinto di avere una casa unica, perche la TUA non è Ikea, è tua, diversa e originale. Un bel pasticcio di paradossi.

Potresti, ecco, non andare all’Ikea e cercare negozi che vendano le stesse cose, allo stesso prezzo, dislocati nei punti estremi della città. Potresti cioè ritornare a come si faceva una volta. Comprare i vasi nei negozi di vasi, i mestoli nei casalinghi, gli asciugamani nelle botteghe del bianco.

Qual è il punto? Vuoi spendere poco (o credere di spendere poco comprando il superfluo), vuoi ottimizzare i tempi, e vuoi lasciarti avvolgere dai colori e dalla creatività (non tua, ma non importa) e poi, l’hot dog con senape e ketchup nelle botteghe non te lo danno. E nemmeno la marmellata di mirtilli rossi.

Così anch’io, consapevole delle mie contraddizioni (anelare all’unicità ma non poter rinunciare al grande magazzino di massa svedese) oggi sono andata all’Ikea. Dovevo vedere i divani letto, valutare se c’erano dei tavoli interessanti e comprare varie cose necessarie. Necessarie per davvero.

Ero consapevole del rischio, ma l’ho affrontato a testa alta con un deterrente all’acquisto compulsivo che si è rivelato infallibile.

Ci sono andata con i mezzi pubblici!

Non di certo perché io sia così autodisciplinata e green e consapevole. No! È stata semplicemente una scelta forzata  perché non avevo la macchina. Ho preso un tram sotto casa, poi ho preso la metro che da Cimiano esce dal tunnel e striscia tra i palazzi dei dormitori milanesi per finire la sua corsa a Cologno Nord. Lì, puntuale e invitante mi aspettava la navetta Ikea. Con mia sorpresa era piena zeppa, ma non di clienti Ikea, bensì di ragazzini, mocciosi con i brufoli, che si dirigevano in massa a fare le vasche del sabato pomeriggio nel grande centro commerciale lì vicino.

In tutto, circa, 20 chilometri di viaggio.

Arrivata nel gigantesco magazzino giallo-blu, sono partita razionale e metodica. Ho caricato nel carrello due sacche gialle Ikea e le ho riempite tenendo conto del peso e dell’ingombro. Ho comprato: quattro cuscini (sottovuoto), un piumino (sottovuoto), una organizer per cassetti, quattro asciugamani grandi e quattro piccoli, un tappeto per il bagno, due tovaglie (una non necessaria, anch’io in fondo sono debole), quattro tovagliette per la colazione, carta per rivestire i cassetti, due set completi di lenzuola e federe, due lampadine per comodino.

Le sacche gialle erano strapiene, ma non ero preoccupata. Alla cassa ho preso le classiche sacche blu (gli esperti sanno che quelle gialle non si possono portare a casa) e il carrellino blu Ikea. Il cassiere, appena gli ho consegnato il ticket della navetta per il rimborso, mi ha mostrato tutti suoi denti in un meraviglioso sorriso. “Le posso fare lo sconto perché è venuta in autobus” e poi aggiunge: “Brava, anch’io sono eco”. Io lo guardo con un misto di sentirmi orgogliosa, sentirmi sfigata, perché i due pacchi sono enormi, sentirmi preoccupata, ora sì, perché “come cavolo farò in metropolitana?”.

Pago (lo sconto è del 2,5%) e vado al banco imballaggi. Qui, come dovessi partire per una spedizione, imballo, lego, copro, fisso con lo scotch il mio acquisto. Assetata e accaldata e sudata passo al banco food e mi prendo, attratta dalla lattina così ikea-style,  un succo di mele. Alla cassa, con borsa a tracolla, sacco blu su una spalla, carretto in un mano e lattina, inciampo verso la cassiera. Mi sgrida subito. “Metta le cose nel carrello, ma robe da matti, che poi si fa male!” “Ehh,- dico –non sono qui in macchina, questo è l’imballaggio perché vado con la navetta!” Intorno a noi si fa il silenzio. La signora mi fissa come se le avessi detto che sono una venusiana e che su Venere non esistono i carrelli della spesa. Sposta la testa indietro per guardarmi meglio, come se non avesse mai visto prima qualcuno che si presenta all’ikea senza macchina,  e poi, anche lei mi incoraggia: “Brava, così si fa. Giusto. Non bisogna inquinare!”  Di nuovo si mescolano dentro di me i sentimenti provati prima: orgoglio green macchiato però di preoccupazione e affanno.

Mi faccio forza ed esco. La navetta arriva dopo pochi minuti. Si riempie di nuovo di ragazzetti. C’è solo un cliente Ikea con una scopa in mano. Una scopa! Io ho circa 20 chili di roba. E la navetta Ikea non è fatta per i clienti, non è cioè una di quelle genialate customer friendly svedesi che ci piacciono tanto. È un normale bus e  quindi mi impiglio ovunque tra le poltrone e non so dove piazzare la mia merce. A Cologno Nord scendo incastrandomi di nuovo e poi mi faccio i trenta gradini in salita e i trenta in discesa della stazione del metrò, sudando, ma senza troppa fatica. La forza di volontà e l’orgoglio non mi fanno sentire dolore. Il vagone del metrò è vuoto, per fortuna. Scendo a Loreto, rifaccio scale in salita e in discesa e prendo la linea rossa. Per fortuna, di nuovo quasi vuota. Scendo a Porta Venezia e mi impiglio nei tornelli di uscita. La sciarpa mi scivola a penzoloni, la borsa cade dalla spalla, il carrellino blu si blocca. Una ragazza sudamericana mi guarda perplessa. È strano, questo si l’ho notato: quando trascini pacchi e sei in difficoltà la gente ti guarda strano. C’è un misto di pena e di curiosità, ma nessuno ti aiuta. Guardano. Io goffa, le sorrido e procedo per l’ultima coincidenza. Rifaccio le scale e piglio il tram numero 9.  È  strapieno. Salgo in coda dove è stipato di gente, di sacche, di borse e zaini. Simile tra i simili si direbbe. Ma sono l’unica bianca e quelle altre sacche sono la casa ambulante di gente diretta alla mensa dei francescani. Mi incastro tra un sedile e un altro e schiaccio un ragazzo filippino con la borsa. Lo guardo sconfortata, lui sorride, che non importa. Tanto sono solo cuscini, penso, ma a disagio. Sei fermate e scendo.

Un’ora esatta è durato il viaggio di ritorno.  Più o meno come in macchina, tra viaggio ed estenuante ricerca del parcheggio.

E arrivata  a casa, un po’ mi sento orgogliosa. Si, perché ho fatto  un viaggio e un acquisto eco!  Ma poi a pensarci bene, anche questa è un’altra ipocrisia, come quella del pretendere di essere unici in un mercato di massa.

E nemmeno Ikea, a quanto ha riportato Internazionale settimane fa , è tanto coerente tra l’immagine e la sostanza. Poco eco. E poco equo.

L’unico vero vantaggio l’ha avuto il mio portafoglio. In pullman all’Ikea si spende davvero meno. E perché no, anche la mia Pigrizia ha affrontato un bel match. Sono uscita dal bozzolo protettivo della mia macchina e mi sono mescolata, incastrata, ingarbugliata sfiorando altri bozzoli, altri colori, altre atmosfere, altre sacche, altre borse, altri occhi, altre stanchezze.  Altri problemi, che quello di rischiare di acquistare cose inutili nel colorato mondo Ikea.

Doppia certificazione di esistenza — giugno 10, 2011

Doppia certificazione di esistenza

Ieri ho assistito ad una serata di “meet the media guru”. Il tema era particolarmente affascinante: quale futuro ha la scrittura nell’era del digitale, del web 2.0, del social networking? A parlare sul palco del Teatro dal Verme a Milano, nomi eccellenti, veri e propri guru della comunicazione e della scrittura. La serata è iniziata alle 21.00 e si è trascinata fino alle 23.30 circa. Trascinata, ebbene sì e spiego perché.

Prima, tuttavia, è necessaria una premessa. Io non sono una conservatrice. Né sono una di quelle persone che condanna a priori il mondo del social networking. Come potrei: ho ben tre blog, inoltre ho un account su facebook, su twitter, su linked-in, su friendfeed, su flickr, su anobii, su prezi, su slide share … insomma, sono  abbastanza “social”, direi.

Vivo questi contenitori a tratti, a fasi, a seconda dell’umore, del tempo, della mia voglia di lasciare una traccia oppure no.  Ma, appunto,  li vivo e non condivido le opinioni di chi condanna totalmente, ad esempio, facebook solo perché vi si trovano decadenti esibizionisti. Viviamo nell’epoca del narcisismo, ma questo non significa che facebook in sé sia negativo. Una volta erano i libri ad essere condannati o bruciati. Questi mezzi, oggi, non sono solo luoghi di voyerismo o narcisismo. Sono anche piattaforme di incontri, opinioni, scambi. Rapidi, mordi e fuggi, è vero, ma veri nella loro essenza digitale. E soprattutto sono luoghi interattivi.

Nella serata di ieri, in un certo senso, di questo si è parlato. Con uno sguardo al problema della scrittura tradizionale.  La domanda che incombeva su tutti noi era chiara: i libri tradizionali sono destinati  morire?

Non voglio soffermarmi qui sulle risposte offerte ieri sera. Aprirei una parentesi immensa. Riporto solo le parole del professore Derrick de Kerckhove che ha proposto un equilibro tra le diverse scritture rilevando comunque che la scrittura su carta rallenta i ritmi e costringe alla riflessione. La scrittura su carta fissa le cose. Diviene permanente. Mentre il digitale arriva, passa, si volatilizza. È  rapido e mutevole. Ma può comunque offrire nuovi strumenti per la creazione e di fatto lo sta facendo.

Abbiamo quindi  la scrittura tradizionale (e la lettura tradizionale) e abbiamo la scrittura digitale (e la lettura digitale). La prima riflessiva e strutturante, mi verrebbe da dire, la seconda volatile per nulla sterile, iper-creativa.  

Affascinante, non c’è dubbio. Eppure ieri, a mio avviso, gli organizzatori hanno dimenticato un elemento fondamentale: l’uomo (o donna) in quanto essere fisico, presente.  Chi ne ha colto il paradosso è stato un musicista: Roberto Carlone della Banda Osiris che sulla performance con musicisti proiettati su schermo ha abilmente giocato con straordinaria (e suggestiva) creatività.

Vengo al punto.

All’inizio della serata ci è stato detto che dovevamo tenere acceso il nostro smart phone e twittare commentando la serata. Siamo stati invitati tutti a interagire (interattività è una parola fondamentale nell’era digitale) con tweet, post e pics.

Immaginatevi dunque la scena, il teatro di ieri sera.

Siamo seduti in platea. Grandi guru della scrittura ci raccontano le loro riflessioni. Addirittura viene abbozzato un dibattito tra 5 nomi illustri italiani (tra cui l’inventore del blog Spinoza, che adoro), ma che di fatto si riduce ad un monologo degli stessi. Sale un guru, poi un altro, poi un altro. Alle loro spalle, sono proiettate diapositive power point di supporto, poi i “nostri” tweet e infine una slide dinamica di prezi, arricchita, intervento dopo intervento,  con parole chiave. Poi, ultimo intervento, arrivederci e grazie.

È chiara la scena? Siamo seduti in platea, sul palco scorrono idee straordinarie, o discutibili, a seconda. E noi dalla platea veniamo invitati a interagire. Ma, sia chiaro, solo … digitalmente!

Il paradosso, no, ancora peggio, l’estremizzazione. L’invasione del digitale nel reale. È un’inversione a U: non il mondo reale verso quello digitale, ma quello digitale che s’impone sul mondo reale.

Noi muti, ma rapidi della digitazione sui tastini del telefonino. Noi a bocca chiusa. Noi a interagire con il mondo reale che sta davanti a noi, ma solo in modo digitale. Noi stessi trasformati in platea digitale, in pixel. Noi non reali, non fisici. Noi comparse o strumenti per diffondere nella rete quanto viene detto e non, invece, attori di un evento reale che avviene in quel luogo fisico, in quel momento fisico tra esseri umani, fisici. Noi ad annullare noi stessi in quanto persone di carne ed ossa e convertirci in commenti twittati. Noi a trasformarci in avatar di noi stessi.

Sono una conservatrice se mi chiedo, io che siedo a pochi metri dai guru, perché devo interagire digitalmente e non posso interagire fisicamente? Intendo dire: alzando la mano, aprendo la bocca, facendo uscire suoni che sono parole, magari rese più espressive da mani che si muovono, occhi che fissano? E ricevere di rimando una risposta fisica del relatore, anche lui con suoni che diventano parole, magari con le mani, la mimica, i gesti a spiegare meglio quel preciso concetto. Siamo tutti dentro un teatro ma è come se fossimo davanti ad uno schermo. Come si può parlare del rischio per la scrittura su carta se abbiamo già perso la facoltà di comunicare, o addirittura di vivere, dal vivo? Di vivere in prima persona un evento senza il bisogno di convertirlo in un messaggio per il web 2.0? Come se la realtà fisica non ci interessasse più. Come se non sapessimo più lasciarci andare alle emozioni, ai pensieri fini a sé stessi dentro la nostra testa, destinati solo a noi e a persone reali come noi, vicino a noi. E solo lì. Come se ci interessasse solo la realtà convertita in tweet e pics. Come se il resto, il  non twittato, non esistesse.

Ecco, io che posto su facebook, che twitto su twitter, che carico foto su flickr e che sto scrivendo questo post per un mio blog, mi dico: non dimentichiamo che siamo fatti di carne e non di pixel. E che fuori dal web non c’è IL NULLA. Lì fuori ci siamo noi, semplicemente noi, gli esseri umani.  Con la nostra voce, i  nostri occhi, le nostre mani.

E allora, collegandomi al tema di ieri sera, mi dico: carta! La scrittura fissa le cose? Allora non  smetterò mai di comprare libri di carta perché in questo modo sono certa, non dimenticherò mai di essere fatta di carne e ossa. Di essere qui, ora, un essere umano tangibile. E certamente non delegherò mai a tweet e pics la certificazione  del fatto che esisto.

E per andare sul sicuro questo post ora lo stampo su carta e metto i fogli in una cartelletta di cartoncino colorato.

E se avessi torto? Vabbè, per andare sul sicuro, mando pure un tweet.

Doppia certificazione di esistenza, la chiamerei.

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