Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Questa mattina sono arrivata tardi al lavoro. — settembre 12, 2011

Questa mattina sono arrivata tardi al lavoro.

Mi ero alzata presto, avevo fatto tutto rispettando perfettamente la mia pianificazione: sveglia, 5 tibetani, colazione, doccia, letto, partenza. Volevo arrivare prima in ufficio. Volevo sfruttare quella mezz’ora in cui non c’è nessuno per entrare in piena concentrazione.

Ma qualcosa di più forte, qualcosa di straordinariamente energetico  mi ha impedito di arrivare secondo i miei piani. Lungo la strada che mi porta in ufficio, ad un certo punto ho accostato la macchina e sono scesa. Mi sono affacciata al guardrail, e ho tuffato lo sguardo di fronte, in fondo, a est a ovest. Mi sono immersa dentro qualcosa di meraviglioso. Ho preso il mio smartphone e ci ho fatto due scatti. Un’offesa, ecco sì: un’offesa cercare di incastrare dentro un mini schermo su un telefonino l’infinito magico che mi ha accolto andando al lavoro. Certo è che non potevo non scendere dalla macchina. Certo è che non potevo non camminare dentro quella cosa …

Provo a raccontarlo a parole. Ma so giá che ci riuscirò solo in parte …

La strada che dal mio paese va verso l’interno della valle è un taglio morbido e sinuoso a metà costa, verso il culmine dell’altopiano su cui giace la mia casa. La vallata in fondo è buia e i pendii sono ripidi, eppure nel disegno dei campi coltivati, dei confini segnati da file di ciliegi paiono  morbidi e sinuosi . Questa
mattina, poi, erano verdissimi e luminosi. Le  gocce di pioggia notturna erano ancora lí.

A est, man mano che si avanza su questa sorta di lungo serpente, emerge progressivamente, come in una curata slow motion, tutta la nobiltà del Sassolungo, nascosto  dapprima dietro il bosco, poi sempre più imponente
e visibile. Con le guglie del gruppo, con il colore che questa mattina pareva
argentato. A ovest: l’imbocco nella Valle Isarco, gli avvallamenti, i campi
coltivati, i boschi, i campanili bianchi che emergono dal verde intenso. Il
verde, appunto, i verdi scuri e chiari che si alternano, i verdi infiniti che
si mescolano tra loro.

Questo è il paesaggio che ogni mattina attraverso con la mia macchina.

Oggi però era diverso. Oggi è stato come entrare in una dimensione estranea, come dentro qualcosa che di fatto non esiste se non nella fantasia. La nebbia nel fondo valle saliva lentamente, ma a differenza di altre volte, non si limitava a creare la sensazione di un viaggio  al bordo del cielo. Questa mattina la nebbia
giocava sfacciata con la luce  e con le gocce di acqua. I contorni erano sfumati a tal punto che indefinibili effetti davano la sensazione di trovarsi dentro un magma di colori trascinati, di colorimescolati. Il verde entrava nel bianco e lo sfumava, che entrava nel blu e a sua volta lo sfumava. Come essere dentro un quadro astratto. Come galleggiare dentro un mosso controllato divenuto materia. E dentro questi colori trascinati, sfumati, in continuo spostamento per il sole che con forza saliva e la nebbia che veloce si spostava, tra gli alberi, bolle bianche sembravano volare, macchie di nebbia, illuminate dal sole, come se un filtro maculato fosse steso sui miei occhi. E poi, gli spicchi,  questi sì, netti e aggressivi che come lame a  raggiera uscivano dagli alberi in controluce, un invito a passare, un invito a entrare dentro questo mondo che forse non esiste nemmeno.

Una fantasiosa scusa, direte, abile come quella dei bimbi che bigiano a scuola. Pensatela come volete… io in ogni caso questa mattina ho fatto incetta di magia, cacciandola dentro le sacche e le borracce del mio spirito.  Della mia anima.

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Urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita! — maggio 9, 2011

Urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita!

Un segno, nella linguistica, secondo la definizione di De Saussure, è l’insieme del significante e del significato. Il significante è in un certo senso la crosta esterna, la forma, il suono. Il significato invece è la parte interna di quella crosta. Come se fossero la buccia e la polpa di uno stesso frutto.

Il bello del linguaggio, il bello per me perlomeno, è che mentre la parte esterna suona, è musica e melodia, la parte interna può essere profondissima, può intendere, suggerire, definire molte cose, mondi, dimensioni, sensazioni. È una polpa succosa e dolce insieme, con striature splendide, che opportunamente evidenziate nel taglio, possono sedurre e convincere ogni palato.

Ebbene, in questa nostra epoca della semplificazione, della comunicazione per emoticon e sms e anche, paradossalmente, in questa nostra epoca complessa, stiamo irrimediabilmente perdendo livelli di questo interno, la polpa perde le sfumature e perdendole, a volte addirittura cambia colore. Tutto si appiattisce in uno spot. E veniamo confusi o sedotti dalla splendida melodia, tuttavia svuotata al suo interno. A volte accade per pigrizia, a volte per fretta, a volte per ignoranza e a volte, ahimè, per ipocrisia o per calcolo.

Salvare il vocabolario oggi pare impossibile. Forse l’unica azione ragionevole che ci rimane è denunciare la scomparsa delle striature e dei livelli o la deformazione cromatica. Forse possiamo salvare qualcosa nel ricordarli questi livelli. Nel riportarli alla luce. Nell’usarli, consapevolmente, fino alla follia. È un po’ come chi urla all’estinzione di talune specie rare e parte per la giungla a fotografare tigri solitarie, le porta sui giornali, raccoglie fondi, le nutre, le fa accoppiare, cerca, insomma, eroicamente di non farle sparire per sempre.

Ma perché? – mi si potrebbe chiedere – Che senso ha? Se ci capiamo comunque, perché essere così “antichi”. Oggi basta macinare un po’ di inglese, usare internet e per comunicare non serve altro.

Beh, il mio perché lo dico a bassa voce perché forse può apparire bizzarro, ma lo dico ugualmente. Perdere livelli nel linguaggio, dimenticarne le striature significa perdere la capacità di pensare, significa essere vulnerabili nei confronti dei predatori (siano essi pubblicitari o politici), significa perdere la capacità di capire il mondo, significa perdere la libertà di essere sé stessi e infine davvero, perdere livelli nel linguaggio significa vivere in un mondo monocromatico, anaffettivo e noioso. Significa non emozionarsi più.

Non essendo io, tuttavia un’esperta nel campo, per il mio primo, modesto, tentativo di salvataggio mi aggrego ad una spedizione già in marcia.

Il segno da salvare è crescita. La spedizione è quella di Florence Noiville. (“Ho studiato economia e me ne pento”, Bollati Boringhieri). Scrive la Noiville:

 questa parola crescita con cui ci martellano senza sosta sembra anche a me, sempre più, un oscenità. Eppure è una bella parola, è anche un bel verbo: crescere e diventare più belli. Purtroppo però in economia è diventata sinonimo di distruggere e imbruttire.

E per spiegarsi meglio elenca il brutto che la bella parola crescita sta causando: seppellimento dei rifiuti, inquinamento, mancanza di acqua potabile, riscaldamento del clima…

Mi piace molto il suo dire che “crescita” è una bella parola. E che la parola è bella lo si vede dal vocabolario. Bella, nel mio senso di parola bella. È profondissima! È piena di striature. È incredibilmente ricca. Crescita, per la Treccani, è l’atto di crescere e crescere, beh, una sinfonia di significati:

1. Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, nell’uomo, negli animali, nelle piante. Divenire adulto.

2. Diventare maggiore in relazione a determinate qualità o condizioni.

3. Si può crescere di volume, di quantità, di numero, ahimè anche di peso, nel tempo, nella durata, ma anche di forza, intensità, potenza .

 4. Crescere può anche significare “risultare eccedente”: ad esempio, mi crescono dieci euro nel conto.

5. E poi ancora accrescere, far diventare più grande, allevare, educare…

Certo, si può crescere nel male e nel bene. Ed è chiaro che “crescita” in termini economici indica “aumento del reddito pro capite” (significato 3). E non chiedo certo di eliminare questo livello. Sarebbe semplicemente bello se quando si parlasse di crescita sui giornali, per onestà, si dicesse che solo qualcosa è cresciuto (il profitto) o che si utilizzasse il significato numero 4 sopracitato: “a quello lì gli crescono n milioni di euro, ma solo a lui”. Perché se non si specifica bene, gli altri significati, quelli che alla Noiville piacciono tanto, spariscono e se spariscono dentro la crosta del significante spariscono inesorabilmente dal nostro pianeta, perché se non c’è un modo di chiamarli, come facciamo a riconoscerli? Insomma, per onestà gli economisti ed i giornalisti che ci raccontano i loro grafici, dovrebbero dire che usano la parola crescita solo per un quinto o al massimo due quinti del suo significato.

E se proprio ciò pare impossibile, suggerisco loro di affidarsi ad un altro combattente, Stephane Hessel, autore di un libello dal titolo invitante: “Indignatevi!” Hessel, nato nel 1917, ebreo nato in Germania, vissuto in Francia, attivo nella Resistenza, arrestato, torturato, evaso dai campi di sterminio e sfuggito al patibolo, dopo la guerra è diventato diplomatico ed ha contribuito alla stesura della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani”. E da questa dichiarazione prendo spunto, copiando l’articolo 22:

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Sviluppo è crescita! Crescita della personalità! Che meraviglia! Ma allora, facciamo resistenza! Opponiamoci all’uso piatto di questo segno meraviglioso. Scendiamo in piazza a difendere la crescita vera. A difendere tutte le striature di questa splendida parola e ai loro straordinari effetti nella nostra vita, nella nostra crescita come individui, nei nostri diritti di esseri umani!

E urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita!

Ho acchiappato parole di libertà — gennaio 1, 2011

Ho acchiappato parole di libertà

Assonnata, con gli occhi impiastricciati e la bocca pastosa, mi trascino alla cucina e metto a scaldare un po’ d’acqua calda per un tè rigenerante. Sono a casa di mio fratello. Da sola. Dalla grande finestra sui tetti entra una luce senza nuvole, forte e intensa. La giornata è splendida, eppure io mi sento appesantita, stanca, pigra, in colpa per il vino della sera prima, quello di San Silvestro.

Accendo la radio. Sintonizzo su Radio Tre. Questo è l’orario di Uomini e Profeti. Temo già parole complesse, troppo complesse per questo primo gennaio. Con diffidenza ed esitazione alzo il volume sperando in una pausa musicale.  La  teologia a quest’ora non la potrei sopportare.  Mi animo. Per ora niente parole, solo note melodiche.

L’acqua bolle, trovo un pacchetto di tè verde. Cerco e trovo dei biscotti, quelli di mia nipote. In pigiama, occhi ancora intorpiditi,quasi sbuffando  trascino i piedi verso il tavolo, con tazza, biscotti e uno strofinaccio con la funzione di tovaglietta.  Mi abbandono sulla sedia e guardo fuori. Il sole è fortissimo. Le tende bianche, trasparenti, lunghe e sottili, lasciano intravedere scorci di blu del cielo e di aria pulita della mattina presto.  Se piovesse, non ce la farei. Ma così, seduta nella stanza luminosa, ordinata e piena di luce, mi sembra tutto meno molesto, anche se faticoso.

La musica alla radio finisce. Un biscotto si rompe e immediatamente si squaglia dentro la tazza di tè.

Intanto,  dalla radio una voce maschile, morbida e avvolgente inizia a parlare.

Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e in effetti io sono un anarchico;  ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora. 

Sono le ultime parole di Vanzetti, prima della sua condanna a morte.  Sono parole che mi giungono alle orecchie in modo del tutto inaspettato. Sono parole, che avvolgono il mio corpo, parole che aprono i miei occhi, parole che in un attimo eliminano il torpore obbligato della prima mattina dell’anno nuovo, che liberano la bocca dalla sua pastosità. Sono parole che trasformano la mia indolenza in vitalità.

Alla radio la voce morbida e avvolgente continua:

Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza.

Questa volta le parole sono di Josef Brodsky, premio nobel 1987.

La voce, quella voce suadente e calda, quella voce dall’accento emiliano, quasi giocosa, ma così diretta ed efficace è di Paolo Nori.

L’uomo quando è libero – dice, lo scrittore – non da mai la colpa agli altri.

L’uomo libero … penso.  La libertà.  Penso a Viktor Frankl che dalla  sua tragica esperienza del campo di concentramento si è salvato esattamente in virtù di questa stessa forza. Solo noi siamo responsabili della nostra vita – scriveva anni dopo –  e solo noi ne siamo i colpevoli. Questa è la nostra straordinaria libertà.

E allora, io rischiarata dal sole, penso che il fatto che io mi sia svegliata all’orario giusto, che abbia cercato la frequenza di Radio Tre, che abbia bevuto un tè caldo guardando il cielo blu intenso dalle grande finestre della casa di mio fratello, che abbia ascoltato la voce morbida e avvolgente di Poalo Nori pronunciare parole di libertà … beh, penso che sia un bel risveglio.  Penso che l’essere caduta dentro queste parole  sia un fatto da non sottovalutare. E penso che non sia nemmeno da sprecare. Che non sono solo parole temporanee, presto disperse nell’etere e dimenticate. Penso che queste parole le devo acchiappare, stringere nella mano e mettere nel mio cuore, nel petto, nella testa. E tenerle lì, ad accompagnarmi in tutti i prossimi mesi e in tutti i prossimi giorni di questo neonato 2011.

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