Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente. — settembre 29, 2011

Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente.

Per pura coincidenza, in questi giorni che qualcuno ha nuovamente proposto di abolire il 25 aprile, ho un partigiano illustre che frulla nella mia mente. È da domenica, per la verità, che non riesco a liberarmene. Per la verità nemmeno ci provo. Mi piace averlo dentro di me e nei momenti di distrazione dalle mie faccende vederlo emergere, sentirlo. La voce calda ed energica e diretta. Gli occhiali grossi, la pipa in bocca, pantaloni alla zuava e un basco di velluto.

Si muove dentro di me, nella mia testa e lo ringrazio di esserci, anzi gli concedo di indugiare, chiedo alla mia mente di trattenerlo. Perché averlo così forte e nitido, sentirlo e vederlo mi dà un certo non so che. Una nuova energia. Una forza positiva. Una voglia di rinascita e rivincita che fa tanto fatica a rimanere a galla di questi tempi, in questa Italia alla deriva, persa e infangata, svuotata di sé stessa.

E mi chiedo, ma che fine ha fatto? Non lui, no di certo. Lui è sepolto, a malapena ricordato, inciso probabilmente su qualche lapide a dare il nome ad una strada, una piazza, una ferrata, un rifugio. No, io mi chiedo che fino ha fatto quell’energia? Quell’onda dirompente, quella  schiettezza, quel rompere i protocolli, quella genuinità, quel chiamare le cose con il proprio nome, il nome vero, puro, autentico. Quell’esigere sempre e solo la verità e chiamarla, la verità. Con parole trasparenti e chiare. Dando alle cose, e quindi alle azioni,  il nome esatto senza sotterfugi.

E mi chiedo, soprattutto, che fine abbiamo fatto noi? I bambini che hanno vissuto Sandro Pertini presidente della Repubblica. È solo una mia fissazione? Solo perché lui veniva in Val Gardena in vacanza? Siamo solo noi, quelli che lo vedevano arrivare in valle e lo salutavano felici lungo la strada, che ancora oggi lo ricordano? Noi che organizzavamo la festa degli alberi per lui, nel bosco, a piantare un alberello ciascuno e cantare canzoni sulla natura per poi godersi la pagnotta con il prosciutto cotto e l’aranciata?

Che bambini eravamo? Figli di genitori nati e vissuti durante la seconda guerra mondiale. Nipoti di nonni che di guerre ne hanno vissute due. Bambini cresciuti negli anni delle bombe e del terrorismo. Anche se ero piccola e vivevo in una valle periferica di montagna, quegli anni sono incisi nella mia memoria. Li abbiamo vissuti anche noi, anche da lassù, isole periferiche immerse nella natura, protetti da un’infanzia immersa in un paesaggio idilliaco.

Ero dentro quell’epoca anch’io. Ricordo la mattina che sono andata a prendere mia cugina per andare a scuola e la prima cosa che le ho detto, appena mi ha aperto la porta, è stato: “Hanno ucciso Aldo Moro” Ricordo quella sera che mia madre, tornata dal lavoro, a mio padre, che l’aspettava sull’uscio di casa, ha detto: “C’e stata una strage”. E ricordo mio padre sbiancare e fare un passo indietro. Era il due agosto 1980. Ricordo che giocavamo al teatro radiofonico, tra cugini. Sulle cassette registravamo storie. Non storie qualsiasi. Storie di violenza, come la bomba ad un concerto. Quanto ci divertivamo a simulare il rumore della bomba sbattendo giornali sul tavolo e urlando come pazzi! E poi le indagini. La polizia. Le tracce non chiare. Questi erano i giochi che facevamo, in un casa immersa nel cuore delle Dolomiti.

E poi c’era l’arrivo di Pertini. Mia madre che impazziva, perché mio fratello ed io, appena entrava in parcheggio per parcheggiare, aprivamo le portiere come le guardie del corpo del presidente, prima ancora che la macchina fosse ferma. Oppure camminavamo con le spalle al muro controllando ogni angolo, come a fare l’ispezione, la bonifica,  prima del suo arrivo. Mio cugino era il più invidiato, perché aveva addirittura un auricolare bianco come quello dei poliziotti. Ricordo la crisi di governo nell’albergo davanti a casa mia. Centinaia di persone, polizia, fotografi e giornalisti. E Spadolini scendere le scale, con lui, il presidente  Sandro Pertini.

Fatti della vita di un paese che arrivavano fino a noi, bambini di montagna. Bambini che necessariamente acquisivano una consapevolezza, prematura forse, sui conflitti, la violenza, la politica e sì, anche sulla vita civile e sulla tragedia. Bambini protetti, certamente, ma a contatto e informati su ciò che accadeva nella propria nazione.

Ma pur sempre bambini. Consapevoli ma ingenui. Che quando arrivava Pertini in Val Gardena gli elicotteri che lo anticipavano erano come fuochi d’artificio per noi. Uno spettacolo. La gioia pura. E la colonna di macchine. I posti di blocco. E lui, il presidente, che salutava tutti, rideva. Camminava in mezzo ai turisti che lo volevano toccare e lui si concedeva con un sorriso immenso a questi bagni di folla. Non era semplicemente un saluto al presidente della Repubblica. Era una collettiva dimostrazione di affetto alla quale lui rispondeva con altrettanto affetto.

Ma ve lo ricordate nei discorsi di Capodanno? Io ero piccola, eppure ricordo quella sedia, senza un tavolo davanti, come se fosse seduto insieme a noi, nel nostro salotto. Quel parlare a braccio, energico, diretto. Quell’essere parte della famiglia.

Mi chiedo: lo ricordo così solo perché ero una bambina di Selva di Val Gardena? O perché mi ha detto che ero elegante una volta che ha mangiato speck a casa mia? Perché mi ha accarezzato? Davvero la forza di questo uomo straordinario mi contagia ancora oggi solo per una mia esperienza? Che poi, confesso, io stessa lo avevo relegato ad un angolo della mia memoria…

Domenica scorsa ho visto un documentario sulla sua vita. Improvvisamente era di nuovo qui. Con quella camminata spedita. La voce forte. Senza peli sulla lingua.

Non è nostalgia la mia. Non è malinconia. Non è nemmeno un misto di pessimismo e sconforto perché uomini così non ce ne sono più. Ed erano rari anche allora.

No, è diversa la spinta che mi porta a scrivere, in modo soggettivo e forse emotivo, di Sandro Pertini.

La sua vita non è banalmente esemplare. È molto di più. È un modello etico cui tutti dovremmo tendere. E soprattutto è parte della storia di questo paese.

Sono uomini così che andrebbero raccontati. Di continuo, senza stufarsi mai di farlo.

Noi per primi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente, dovremmo non dimenticarlo. E dovremmo raccontarlo.

Dovremmo essergli grati per ciò che ha trasmesso a tutti noi. Dovremmo insegnarlo nelle scuole. Raccontarlo ai nostri figli. Dovremmo dargli vita, ogni giorno. Perché se c’è qualcosa da ricostruire in questa sciagurata Italia, è da uomini come Sandro Pertini che si dovrebbe partire.

E dunque, che ne è oggi dei bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente? Una è qui. Contenta di averlo ritrovato e aver condiviso il suo ritorno. Rinforzata nella spinta a non cedere mai. Mai al pessimismo, mai al disfattismo.

È un dovere, questo, e una questione di rispetto. Il rispetto per chi in modo assoluto e senza compromessi ha sempre rispettato noi, bambini, uomini, donne, cittadini.

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Populità — maggio 19, 2011

Populità

Non mi permetterei mai di infilarmi, o peggio, d’incastrarmi in un’analisi della parola populismo.

Mi lascio andare solo ad una breve riflessione. Il punto di partenza sono due episodi, di scrittura, tra essi collegati. Il primo è un articolo sul settimane tedesco Die Zeit, che ha definito “populismo” il movimento spontaneo dei giovani indignati spagnoli. La seconda è uno scambio di opinioni su facebook con una mia amica sull’indignazione italiana. Lei portava come esempio, debole per lei, ma efficace  il movimento dei grillini.

Il punto è che io certamente definirei i grillini populisti nell’accezione più diffusa (e negativa) del termine, mentre i giovani spagnoli, sebbene partiti dal basso, dal popolo, con disagio li potrei definire tali.

La mia curiosità per questa parola mi ha portato ad alcune rapide ricerche in rete. Ho trovato pagine e pagine di bibliografia che l’analizzano da un punto di vista storico, artistico, politico, sociale, semantico … Come sempre mi appoggio alla Treccani, che sia nella sua enciclopedia, sia nel vocabolario offre molteplici spunti di studio. Non è mia intenzione farne un riassunto qui. Rimando alla fonti (vedi a destra “frammenti d’altri”), anche perché dal populismo russo, al populismo inteso in senso artistico, al populism inglese fino alle accezioni sociopolitiche odierne mi perderei.

Soprattutto, però, perché una cosa mi pare ora chiara: cosa s’intende oggi con populismo è poco chiaro. Wikipedia Italia riporta: “Il largo uso che i politici e i media fanno del termine “populismo” ha contribuito a diffonderne un’accezione fondamentalmente priva di significato.”

Mi aiuta di più  Wikipedia Germania, che attribuisce a  Populsimus l’espressione di una politica che strumentalizza le insoddisfazioni e le paure del popolo e offre soluzioni semplici per colpire il lato emotivo degli insoddisfatti.

Secondo questa definizione Beppe Grillo è populista. Umberto Bossi è populista. Silvio Berlusconi è populista.

Ma se guardo ai giovani spagnoli di Plaza del Sol, mi chiedo perché loro dovrebbero essere populisti? Certamente sono disperati, indignati, stanchi, frustrati … ma non  populisti.

Populsimo. È forse il suffissio –ismo che disturba? Di fatto, il sostantivo ismo ha un’accezione negativa e denigratoria, ma il suffisso in realtà no. Il cicl-ismo, ad esempio, non indica qualcosa di negativo legato alla bicicletta. E allora?

Rimane senza risposta la mia domanda? Come possiamo definire un movimento spontaneo che parte dal basso, che non vuole essere, appunto, populisticamente manipolato, e che, esattamente come fa il populismo, esprime forte dissenso per i mali di un’oligarchia politica e/o potente e si richiama ai bisogni ed alle paure del popolo, cioè di sé stesso,  in quanto movimento del popolo?

La mia conoscenza dell’italiano è evidentemente inadeguata. E sono costretta a proporre un neologismo:

Populità .

Dove il suffisso  –ità, mi fa pensare a libertà, ma anche a creatività e perché no, a felicità.

Perché a differenza del suono buio nella “o” finale di populismo, in populità  la “a” tronca sembra offrire un orizzonte. Populismo è un tubo buio. Populità è invece un imbuto al contrario. Il popolo non rimane lì, nel tubo, ma spalanca le braccia verso aria fresca, nuova.

E poi, populità fa ridere e ballare. La “a”, come prima vocale a me ha sempre fatto venire in mente il sole, la gioia, la luce. Ma quella “a” tronca, con un accento ballerino in testa, è molto più della luce, è anche movimento. È energia.

Urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita! — maggio 9, 2011

Urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita!

Un segno, nella linguistica, secondo la definizione di De Saussure, è l’insieme del significante e del significato. Il significante è in un certo senso la crosta esterna, la forma, il suono. Il significato invece è la parte interna di quella crosta. Come se fossero la buccia e la polpa di uno stesso frutto.

Il bello del linguaggio, il bello per me perlomeno, è che mentre la parte esterna suona, è musica e melodia, la parte interna può essere profondissima, può intendere, suggerire, definire molte cose, mondi, dimensioni, sensazioni. È una polpa succosa e dolce insieme, con striature splendide, che opportunamente evidenziate nel taglio, possono sedurre e convincere ogni palato.

Ebbene, in questa nostra epoca della semplificazione, della comunicazione per emoticon e sms e anche, paradossalmente, in questa nostra epoca complessa, stiamo irrimediabilmente perdendo livelli di questo interno, la polpa perde le sfumature e perdendole, a volte addirittura cambia colore. Tutto si appiattisce in uno spot. E veniamo confusi o sedotti dalla splendida melodia, tuttavia svuotata al suo interno. A volte accade per pigrizia, a volte per fretta, a volte per ignoranza e a volte, ahimè, per ipocrisia o per calcolo.

Salvare il vocabolario oggi pare impossibile. Forse l’unica azione ragionevole che ci rimane è denunciare la scomparsa delle striature e dei livelli o la deformazione cromatica. Forse possiamo salvare qualcosa nel ricordarli questi livelli. Nel riportarli alla luce. Nell’usarli, consapevolmente, fino alla follia. È un po’ come chi urla all’estinzione di talune specie rare e parte per la giungla a fotografare tigri solitarie, le porta sui giornali, raccoglie fondi, le nutre, le fa accoppiare, cerca, insomma, eroicamente di non farle sparire per sempre.

Ma perché? – mi si potrebbe chiedere – Che senso ha? Se ci capiamo comunque, perché essere così “antichi”. Oggi basta macinare un po’ di inglese, usare internet e per comunicare non serve altro.

Beh, il mio perché lo dico a bassa voce perché forse può apparire bizzarro, ma lo dico ugualmente. Perdere livelli nel linguaggio, dimenticarne le striature significa perdere la capacità di pensare, significa essere vulnerabili nei confronti dei predatori (siano essi pubblicitari o politici), significa perdere la capacità di capire il mondo, significa perdere la libertà di essere sé stessi e infine davvero, perdere livelli nel linguaggio significa vivere in un mondo monocromatico, anaffettivo e noioso. Significa non emozionarsi più.

Non essendo io, tuttavia un’esperta nel campo, per il mio primo, modesto, tentativo di salvataggio mi aggrego ad una spedizione già in marcia.

Il segno da salvare è crescita. La spedizione è quella di Florence Noiville. (“Ho studiato economia e me ne pento”, Bollati Boringhieri). Scrive la Noiville:

 questa parola crescita con cui ci martellano senza sosta sembra anche a me, sempre più, un oscenità. Eppure è una bella parola, è anche un bel verbo: crescere e diventare più belli. Purtroppo però in economia è diventata sinonimo di distruggere e imbruttire.

E per spiegarsi meglio elenca il brutto che la bella parola crescita sta causando: seppellimento dei rifiuti, inquinamento, mancanza di acqua potabile, riscaldamento del clima…

Mi piace molto il suo dire che “crescita” è una bella parola. E che la parola è bella lo si vede dal vocabolario. Bella, nel mio senso di parola bella. È profondissima! È piena di striature. È incredibilmente ricca. Crescita, per la Treccani, è l’atto di crescere e crescere, beh, una sinfonia di significati:

1. Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, nell’uomo, negli animali, nelle piante. Divenire adulto.

2. Diventare maggiore in relazione a determinate qualità o condizioni.

3. Si può crescere di volume, di quantità, di numero, ahimè anche di peso, nel tempo, nella durata, ma anche di forza, intensità, potenza .

 4. Crescere può anche significare “risultare eccedente”: ad esempio, mi crescono dieci euro nel conto.

5. E poi ancora accrescere, far diventare più grande, allevare, educare…

Certo, si può crescere nel male e nel bene. Ed è chiaro che “crescita” in termini economici indica “aumento del reddito pro capite” (significato 3). E non chiedo certo di eliminare questo livello. Sarebbe semplicemente bello se quando si parlasse di crescita sui giornali, per onestà, si dicesse che solo qualcosa è cresciuto (il profitto) o che si utilizzasse il significato numero 4 sopracitato: “a quello lì gli crescono n milioni di euro, ma solo a lui”. Perché se non si specifica bene, gli altri significati, quelli che alla Noiville piacciono tanto, spariscono e se spariscono dentro la crosta del significante spariscono inesorabilmente dal nostro pianeta, perché se non c’è un modo di chiamarli, come facciamo a riconoscerli? Insomma, per onestà gli economisti ed i giornalisti che ci raccontano i loro grafici, dovrebbero dire che usano la parola crescita solo per un quinto o al massimo due quinti del suo significato.

E se proprio ciò pare impossibile, suggerisco loro di affidarsi ad un altro combattente, Stephane Hessel, autore di un libello dal titolo invitante: “Indignatevi!” Hessel, nato nel 1917, ebreo nato in Germania, vissuto in Francia, attivo nella Resistenza, arrestato, torturato, evaso dai campi di sterminio e sfuggito al patibolo, dopo la guerra è diventato diplomatico ed ha contribuito alla stesura della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani”. E da questa dichiarazione prendo spunto, copiando l’articolo 22:

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Sviluppo è crescita! Crescita della personalità! Che meraviglia! Ma allora, facciamo resistenza! Opponiamoci all’uso piatto di questo segno meraviglioso. Scendiamo in piazza a difendere la crescita vera. A difendere tutte le striature di questa splendida parola e ai loro straordinari effetti nella nostra vita, nella nostra crescita come individui, nei nostri diritti di esseri umani!

E urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita!

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