Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

I have something for electricity! — maggio 9, 2010

I have something for electricity!

Oggi, dopo parecchio tempo, sono andata in bici a Gaggiano seguendo il Naviglio. Ahimè, non con la bici da corsa, ma con la city bike. Ma forse è stato meglio così.

Anni fa ci andavo spesso, con acqua, frutta e macchina fotografica. Mi incuriosva il confine confuso tra la megalopoli e la campagna. Si passa sotto l’autostrada, in mezzo a capannoni, vicino agli orti dei pensionati, tra cascine abbandonate, cascine ristrutturate e su un lato, sempre lui, il Naviglio.

Fotografavo l’acqua, i riflessi, le cascine, ma soprattutto fotografavo i fili della luce ed i tralicci.

I have something for elecrticity!

Mi piacciono i fili all’infinto, mi piacciono i tralicci  che segnano il paesaggio, mi piacciono gli effetti in controluce. Mi sembra che esprimano il “buttarsi nel mondo”. Vedi questi fili che partono da piccole centrali e pensi: poi entrano nelle case, portano la vita, sentono cosa accade dentro le mura, e poi continuano e saltano in un altra casa e poi via, via, fuori dal paese, di nuovo nella campagna, lungo le strade, verso altra vita, altri mondi. Se si guardano i tralicci nel loro avanzare, tenuti insieme da fili morbidi e oscillanti, sembrano cavallette giganti, eserciti robotici che saltano e si distribuiscono ovunque, legati tra loro come in una gigantesca ragnatela.

Lungo questa ciclabile, in particolare, mi fermavo sempre ad una piccola centrale elettrica, subito fuori Milano: un edificio rettangolare, razionale, una fontana altrettanto rigorosa, due pini enormi meravigliosi e quattro splendidi tralicci. Splendidi perchè al di qua del Naviglio, dentro il recinto di questa piccola centrale, erano il punto di partenza per la corrente inviata ai paesi vicini. Come quattro soldati, in linea, dalla loro testa partivano i fili, che sorvolavano perpendicolarmente  il Naviglio, e al di là della strada e dell’acqua si sorreggevano brevemente ad altri tralicci, più delicati, più deboli per poi  perdersi nella campagna. Oltre alla bellezza di queste simmetrie, ciò che dava loro vita era che ognuno di questi pali elettrici aveva inciso sulla sua fronte  il nome del paese che i suoi  fili avrebbero raggiunto. Forse non me ne sarei mai accorta, se non lo avessi letto sulla mia guida di biciturismo intorno a Milano. Mi fermavo sempre e immaginavo i salti, il volo, il percorso, le cose intorno a quei fili verso  paesi, verso quei precisi paesi incisi nel cemento. Quasi li sentivo: “zzz zzz”…

Ora le cose sono cambiate. Il primo collegamento con la centrale avviene sotto terra e la corrente parte aldilà del Naviglio. Dentro la centrale ci sono ancora i due pini, c’è la fontana, ma non ci sono più i pali con incisi i nomi dei paesi.

Sconosolata oggi li ho cercati e mi sono detta: potevano lasciarli, come …  “monumento”. Quanto anonimi sono quei quattro tralicci aldilà della strada, rispetto ai miei bei pali elettrici con il nome inciso in fronte?

In una megalopoli che avanza in modo strisciante, pensare che quei quattro pali possano essere stati frantumati, mi mette malinconia. Preferisco immaginarmeli impettiti dentro il Museo dell’Elettricità, orgogliosi di essere divenuti parte di una storia, con il loro tatuaggio scolpito in modo chiaro sulla loro testa.

(il mio album elettrico – scan da analogica – si trova qui)

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: