Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Saresti capace di andare in vacanza e non fare nemmeno una foto? — aprile 27, 2015

Saresti capace di andare in vacanza e non fare nemmeno una foto?

Sul tetto del Duomo ho vissuto l’ansia dei fuochi incrociati, dei selfie in solitaria, dei monopiedi telescopici,  degli scatti ripetuti, messi in scena, con salti, braccia alzate e urla; l’ansia dei gruppi o dei singoli o delle coppie, tutti in rappresentazion di sé.

La cittá intorno, che quasi ci inghiottiva, noi non la vedevamo. Vedevamo solo la scena da costruire. Vivevamo, non la cittá rumorosa e infinita ai nostri piedi, ma la funzione “fotocamera” del nostro smartphone.

Poi, Daniel Kahneman – mentre ubriaca cercavo uno sguardo altrove – mi é venuto in soccorso.

Chi fotografa non considera la scena un momento da assaporare, ma un ricordo futuro da costruire. A volte le fotografie sono utili al sé mnemonico. Anche se non le guardiamo quasi mai così a lungo o di frequente come avremmo pensato, e anche se in alcuni casi non le guardiamo proprio mai; ma non è detto che fotografare sia il modo migliore, per il sé esperienziale di un turista, di godersi il panorama.

Perché non metti via la macchina fotografica e non ti godi l’attimo, anche se magari non é memorabile?

(Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci).

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Amore a prima vista — luglio 10, 2013

Amore a prima vista

Parecchi anni fa avevo comprato un libro edito da Feltrinelli solo per questa foto. Il Sassolungo ne occupava interamente la copertina. Il libro era impilato in mezzo ad altri volumi e la mia mano lo aveva afferrato di getto.  Casa mia, avevo pensato, mentre giravo tra gli scaffali di una libreria milanese. Il libro era di Pietro Citati e non ricordo assolutamente nulla. Ho cancellato sia il contenuto, sia il titolo.  Mi aveva deluso, questo lo ricordo bene. Forse speravo di trovarci casa mia… La foto invece mi è rimasta dentro. E poi solo anni dopo ho scoperto che questa foto è opera di uno dei miei fotografi preferiti: Luigi Ghirri. Lo scatto è del 1979. E la si può vedere fino a fine agosto in Triennale  a Milano. Credo che un salto lo farò. Nonostante i 35-e-passa gradi. Sarà come rivedere un antico “amore a prima vista”. E vederlo in carne e ossa.

I have something for electricity! — maggio 9, 2010

I have something for electricity!

Oggi, dopo parecchio tempo, sono andata in bici a Gaggiano seguendo il Naviglio. Ahimè, non con la bici da corsa, ma con la city bike. Ma forse è stato meglio così.

Anni fa ci andavo spesso, con acqua, frutta e macchina fotografica. Mi incuriosva il confine confuso tra la megalopoli e la campagna. Si passa sotto l’autostrada, in mezzo a capannoni, vicino agli orti dei pensionati, tra cascine abbandonate, cascine ristrutturate e su un lato, sempre lui, il Naviglio.

Fotografavo l’acqua, i riflessi, le cascine, ma soprattutto fotografavo i fili della luce ed i tralicci.

I have something for elecrticity!

Mi piacciono i fili all’infinto, mi piacciono i tralicci  che segnano il paesaggio, mi piacciono gli effetti in controluce. Mi sembra che esprimano il “buttarsi nel mondo”. Vedi questi fili che partono da piccole centrali e pensi: poi entrano nelle case, portano la vita, sentono cosa accade dentro le mura, e poi continuano e saltano in un altra casa e poi via, via, fuori dal paese, di nuovo nella campagna, lungo le strade, verso altra vita, altri mondi. Se si guardano i tralicci nel loro avanzare, tenuti insieme da fili morbidi e oscillanti, sembrano cavallette giganti, eserciti robotici che saltano e si distribuiscono ovunque, legati tra loro come in una gigantesca ragnatela.

Lungo questa ciclabile, in particolare, mi fermavo sempre ad una piccola centrale elettrica, subito fuori Milano: un edificio rettangolare, razionale, una fontana altrettanto rigorosa, due pini enormi meravigliosi e quattro splendidi tralicci. Splendidi perchè al di qua del Naviglio, dentro il recinto di questa piccola centrale, erano il punto di partenza per la corrente inviata ai paesi vicini. Come quattro soldati, in linea, dalla loro testa partivano i fili, che sorvolavano perpendicolarmente  il Naviglio, e al di là della strada e dell’acqua si sorreggevano brevemente ad altri tralicci, più delicati, più deboli per poi  perdersi nella campagna. Oltre alla bellezza di queste simmetrie, ciò che dava loro vita era che ognuno di questi pali elettrici aveva inciso sulla sua fronte  il nome del paese che i suoi  fili avrebbero raggiunto. Forse non me ne sarei mai accorta, se non lo avessi letto sulla mia guida di biciturismo intorno a Milano. Mi fermavo sempre e immaginavo i salti, il volo, il percorso, le cose intorno a quei fili verso  paesi, verso quei precisi paesi incisi nel cemento. Quasi li sentivo: “zzz zzz”…

Ora le cose sono cambiate. Il primo collegamento con la centrale avviene sotto terra e la corrente parte aldilà del Naviglio. Dentro la centrale ci sono ancora i due pini, c’è la fontana, ma non ci sono più i pali con incisi i nomi dei paesi.

Sconosolata oggi li ho cercati e mi sono detta: potevano lasciarli, come …  “monumento”. Quanto anonimi sono quei quattro tralicci aldilà della strada, rispetto ai miei bei pali elettrici con il nome inciso in fronte?

In una megalopoli che avanza in modo strisciante, pensare che quei quattro pali possano essere stati frantumati, mi mette malinconia. Preferisco immaginarmeli impettiti dentro il Museo dell’Elettricità, orgogliosi di essere divenuti parte di una storia, con il loro tatuaggio scolpito in modo chiaro sulla loro testa.

(il mio album elettrico – scan da analogica – si trova qui)

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