Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

La Boutique Erich Demetz ha chiuso i battenti — ottobre 11, 2012

La Boutique Erich Demetz ha chiuso i battenti

Non esiste solo il lessico familiare. Esistono anche i tòpoi familiari, i luoghi che parlano.

In questi giorni, ogni volta che passo davanti a uno di essi, provo uno strana sensazione. È un angolo nel centro di Selva. In cima ad una scala, tre vetrine e una porta affacciata sulla statale e sulla nuova piazza di Selva. Di fronte c’è l’hotel Des Alpes, dove da piccola facevo scorpacciate di biscotti alle noccioline o di Schwarzwaldtorte. A fianco, il negozio di alimentari, dove, sempre da piccola, andavo dopo i pomeriggi passati al vicino parco giochi a rifocillarmi di rosetta con salame e Wurstsalat. Mi mangiavo di gusto la merenda seduta su una panchina, che allora si trovava davanti al negozio, davanti a quelle vetrine, a quella porta. Era il negozio della mia mamma. Il negozio dove passavo a farmi dare un bacio o  a farmi mettere un cerotto sulle ginocchia sbucciate. Era il negozio dove ho passato le mie vacanze da adolescente a guadagnarmi la paga estiva. Il negozio dove andavo a vedere le novità e talvolta a scegliermi una giacca, un pullover, un paio di jeans. È il negozio dove per quasi 50 anni, donne, soprattutto donne, si incontravano e si sceglievano il nuovo guardaroba.

C’era la signora Vedere, che nei giorni di svendita, con i suoi capelli raccolti e il viso severo ripeteva: “Vedere! Vedere! Vedere!”. E che una volta a forza di voler vedere anche ciò che non si vedeva era finita con mezzo busto dentro uno scatolone pieno di maglioni.

C’era il clan delle clienti del Diamant, che passavano le mattinate in negozio a guardare, provare ma poi compravano solo quando erano sole e i sacchetti venivano portati da me, bambina, in albergo. Era tutto un trafugare di pacchi, di nascondere, perché le amiche della mattinate condivise non vedessero cosa avevano  acquistato.

C’era la cugina di una queste, piccolina, zitella con i capelli corti grigi, che alloggiava in un altro albergo e ogni mattina passava con ritmi spediti davanti al negozio trascinando imballaggi o sacchi di cose acquistate altrove e si fermava e poi entrava e aggiungeva pacchi ai pacchi già comprati .

C’era la signora “Paaapi”, che sembrava un uomo con una parrucca bionda, e come una bambina capricciosa ripeteva “Paaapi” al marito, “me lo preeeendi”.

E c’erano madre e figlia che parlavano la lingua all’incontrario che poi all’incontrario non era, era solo una lingua straniera.

C’era la coppia delle olive, che portava il rifornimento a tutti noi e c’erano invece quelli che ogni anno chiedevano sacchetti di carta per metterci dentro i tanti funghi che raccoglievano nei nostri boschi.

C’erano amici di vacanza a Selva di Val Gardena che si davano appuntamento proprio lì da noi, e a volte poi litigavano tra loro e venivano da noi a malignare e fare pettegolezzi.

C’erano le sorelle milanesi, identiche, magre, cappelli corti, naso appuntito e occhi splendidi ma severi. Indossavano sempre gonne tirolesi, che però non erano davvero tirolesi. Erano le gonne che mettevano le turiste italiane pensando di mescolarsi tra noi, sudtirolesi ladini.

C’era la signora che  vestita con camicia scozzese e pantaloni di velluto alla zuava cercava disperatamente camicie pulite: ”Siamo partiti con l’idea di farci una vacanza nordica – aveva spiegato – con solo uno zaino e due camicie, ma non ce la faccio più da quanto sono sporche.” E io non capivo perché la vacanza fosse nordica e soprattutto perché una vacanza nordica comprendesse solo due camicie.

E c’era la svendita. L’evento dell’anno. Giorni prima con mia zia Luciana preparavamo le etichette a mano, poi la sera prima del big day portavamo  tutto giù in negozio, le maglie, le giacche, le gonne, le camice. Uno staff rinforzato appositamente per quei giorni prevedeva, oltre mia madre e le commesse e la sottoscritta, la zia venuta dal Veneto, poi Pupa, milanese praticamente di casa con la sua famiglia a Selva, e Thomas, mio fratello, incaricato di piazzare la cassa. Lui, per sopportare il peso dei giorni successivi faceva sempre un ricco assortimento di caramelle Haribo dai gusti più improponibili. E faceva innervosire mia madre, perché teneva una giungla di carte colorate sotto la cassa.

Poi il grande giorno, la mattina presto dentro il negozio, con le prime clienti c’era un silenzio quasi sacrale. Le donne parlavano tutte a bassa voce e si muovevano ancora incerte e in avanscoperta tra le pile di maglioni colorati. Fuori intanto si formava un crogiuolo di altre clienti bloccate da un nastro rosso per fermare il flusso, per evitare l’affollamento. Ricordo le colonne di lana, morbida, ricordo la gioia e l’agitazione di talune clienti che non volevano perdersi le occasioni. Il silenzio mattutino si trasformava in armonico caos. Sacchi di roba messi da parte, famiglie intere, donne che passavano più volte durante la giornata, disperazione per il maglione tanto agognato e già venduto, soddisfazione luccicante negli occhi per gli affari fatti, le occasioni trovate. Era una vera festa per le clienti di mia madre, capobanda di uno staff senza tregua. E in fondo, anche se faticosa, era una festa anche per noi. La sera poi, ci prendevamo la piccola cioccolata del Des Alpes, che sembrava più buona che mai e commentavamo stravolti i fatti della giornata.

La Boutique Erich Demetz, così si chiamava il negozio di mia mamma, fondato da mio padre, prima ancora che decidesse di occuparsi d’altro nella sua vita, ha chiuso i battenti. E così, un luogo familiare si trasformerà in un luogo forse estraneo. Non è nostalgia la mia, né malinconia. È una semplice presa di coscienza. Una pagina di un libro che si volta per farci entrare in un nuovo capitolo. E non riguarda solo mia madre, ma pure me, pure la mia famiglia, pure le generazioni di donne passate attraverso quella porta. E come in un libro, rimane tutto. Rimane intatta la vita che abbiamo vissuto dentro quelle mura ricoperte di legno. E chiunque le rioccuperà, non cancellerà ciò che abbiamo vissuto. Semplicemente scriverà il suo di libro.

Il nostro, quello delle amicizie nate, delle risate, delle arrabbiature, dei capricci, delle sorprese, delle chiacchiere, della nostra vita vissuta lì dentro, quel libro  basta aprirlo appena appena, e i “vedere, vedere vedere”, i “paaapi” e le vacanze nordiche e i colori della lana tornano ad avvolgerci, come una musica ovattata di una bella storia, che una volta letta non ci lascia più.

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è giunta l’ora — ottobre 27, 2011

è giunta l’ora

prove di volo in cielo, questa sera. bolle, elissi, baffi neri, come sciami di pesci neri, in movimento armonico verso le nuvole e con scatto sincronizzato in discesa verso la terra, per scivolare e nuotare di nuovo insieme verso l’alto. una magia che porta poesia sopra l’alienante e grigia autostrada. le rondini stanno partendo…

Doppia certificazione di esistenza — giugno 10, 2011

Doppia certificazione di esistenza

Ieri ho assistito ad una serata di “meet the media guru”. Il tema era particolarmente affascinante: quale futuro ha la scrittura nell’era del digitale, del web 2.0, del social networking? A parlare sul palco del Teatro dal Verme a Milano, nomi eccellenti, veri e propri guru della comunicazione e della scrittura. La serata è iniziata alle 21.00 e si è trascinata fino alle 23.30 circa. Trascinata, ebbene sì e spiego perché.

Prima, tuttavia, è necessaria una premessa. Io non sono una conservatrice. Né sono una di quelle persone che condanna a priori il mondo del social networking. Come potrei: ho ben tre blog, inoltre ho un account su facebook, su twitter, su linked-in, su friendfeed, su flickr, su anobii, su prezi, su slide share … insomma, sono  abbastanza “social”, direi.

Vivo questi contenitori a tratti, a fasi, a seconda dell’umore, del tempo, della mia voglia di lasciare una traccia oppure no.  Ma, appunto,  li vivo e non condivido le opinioni di chi condanna totalmente, ad esempio, facebook solo perché vi si trovano decadenti esibizionisti. Viviamo nell’epoca del narcisismo, ma questo non significa che facebook in sé sia negativo. Una volta erano i libri ad essere condannati o bruciati. Questi mezzi, oggi, non sono solo luoghi di voyerismo o narcisismo. Sono anche piattaforme di incontri, opinioni, scambi. Rapidi, mordi e fuggi, è vero, ma veri nella loro essenza digitale. E soprattutto sono luoghi interattivi.

Nella serata di ieri, in un certo senso, di questo si è parlato. Con uno sguardo al problema della scrittura tradizionale.  La domanda che incombeva su tutti noi era chiara: i libri tradizionali sono destinati  morire?

Non voglio soffermarmi qui sulle risposte offerte ieri sera. Aprirei una parentesi immensa. Riporto solo le parole del professore Derrick de Kerckhove che ha proposto un equilibro tra le diverse scritture rilevando comunque che la scrittura su carta rallenta i ritmi e costringe alla riflessione. La scrittura su carta fissa le cose. Diviene permanente. Mentre il digitale arriva, passa, si volatilizza. È  rapido e mutevole. Ma può comunque offrire nuovi strumenti per la creazione e di fatto lo sta facendo.

Abbiamo quindi  la scrittura tradizionale (e la lettura tradizionale) e abbiamo la scrittura digitale (e la lettura digitale). La prima riflessiva e strutturante, mi verrebbe da dire, la seconda volatile per nulla sterile, iper-creativa.  

Affascinante, non c’è dubbio. Eppure ieri, a mio avviso, gli organizzatori hanno dimenticato un elemento fondamentale: l’uomo (o donna) in quanto essere fisico, presente.  Chi ne ha colto il paradosso è stato un musicista: Roberto Carlone della Banda Osiris che sulla performance con musicisti proiettati su schermo ha abilmente giocato con straordinaria (e suggestiva) creatività.

Vengo al punto.

All’inizio della serata ci è stato detto che dovevamo tenere acceso il nostro smart phone e twittare commentando la serata. Siamo stati invitati tutti a interagire (interattività è una parola fondamentale nell’era digitale) con tweet, post e pics.

Immaginatevi dunque la scena, il teatro di ieri sera.

Siamo seduti in platea. Grandi guru della scrittura ci raccontano le loro riflessioni. Addirittura viene abbozzato un dibattito tra 5 nomi illustri italiani (tra cui l’inventore del blog Spinoza, che adoro), ma che di fatto si riduce ad un monologo degli stessi. Sale un guru, poi un altro, poi un altro. Alle loro spalle, sono proiettate diapositive power point di supporto, poi i “nostri” tweet e infine una slide dinamica di prezi, arricchita, intervento dopo intervento,  con parole chiave. Poi, ultimo intervento, arrivederci e grazie.

È chiara la scena? Siamo seduti in platea, sul palco scorrono idee straordinarie, o discutibili, a seconda. E noi dalla platea veniamo invitati a interagire. Ma, sia chiaro, solo … digitalmente!

Il paradosso, no, ancora peggio, l’estremizzazione. L’invasione del digitale nel reale. È un’inversione a U: non il mondo reale verso quello digitale, ma quello digitale che s’impone sul mondo reale.

Noi muti, ma rapidi della digitazione sui tastini del telefonino. Noi a bocca chiusa. Noi a interagire con il mondo reale che sta davanti a noi, ma solo in modo digitale. Noi stessi trasformati in platea digitale, in pixel. Noi non reali, non fisici. Noi comparse o strumenti per diffondere nella rete quanto viene detto e non, invece, attori di un evento reale che avviene in quel luogo fisico, in quel momento fisico tra esseri umani, fisici. Noi ad annullare noi stessi in quanto persone di carne ed ossa e convertirci in commenti twittati. Noi a trasformarci in avatar di noi stessi.

Sono una conservatrice se mi chiedo, io che siedo a pochi metri dai guru, perché devo interagire digitalmente e non posso interagire fisicamente? Intendo dire: alzando la mano, aprendo la bocca, facendo uscire suoni che sono parole, magari rese più espressive da mani che si muovono, occhi che fissano? E ricevere di rimando una risposta fisica del relatore, anche lui con suoni che diventano parole, magari con le mani, la mimica, i gesti a spiegare meglio quel preciso concetto. Siamo tutti dentro un teatro ma è come se fossimo davanti ad uno schermo. Come si può parlare del rischio per la scrittura su carta se abbiamo già perso la facoltà di comunicare, o addirittura di vivere, dal vivo? Di vivere in prima persona un evento senza il bisogno di convertirlo in un messaggio per il web 2.0? Come se la realtà fisica non ci interessasse più. Come se non sapessimo più lasciarci andare alle emozioni, ai pensieri fini a sé stessi dentro la nostra testa, destinati solo a noi e a persone reali come noi, vicino a noi. E solo lì. Come se ci interessasse solo la realtà convertita in tweet e pics. Come se il resto, il  non twittato, non esistesse.

Ecco, io che posto su facebook, che twitto su twitter, che carico foto su flickr e che sto scrivendo questo post per un mio blog, mi dico: non dimentichiamo che siamo fatti di carne e non di pixel. E che fuori dal web non c’è IL NULLA. Lì fuori ci siamo noi, semplicemente noi, gli esseri umani.  Con la nostra voce, i  nostri occhi, le nostre mani.

E allora, collegandomi al tema di ieri sera, mi dico: carta! La scrittura fissa le cose? Allora non  smetterò mai di comprare libri di carta perché in questo modo sono certa, non dimenticherò mai di essere fatta di carne e ossa. Di essere qui, ora, un essere umano tangibile. E certamente non delegherò mai a tweet e pics la certificazione  del fatto che esisto.

E per andare sul sicuro questo post ora lo stampo su carta e metto i fogli in una cartelletta di cartoncino colorato.

E se avessi torto? Vabbè, per andare sul sicuro, mando pure un tweet.

Doppia certificazione di esistenza, la chiamerei.

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