Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Ikea, I love you. — gennaio 26, 2013

Ikea, I love you.

L’Ikea è un luogo malefico. Entri per comprare due sedie ed esci senza sedie, ma in compenso hai candele al profumo di sandalo, tovaglioli a righe colorate, vasetti di plastica che non userai mai, strofinacci vintage che si aggiungono alla montagna di quelli che hai già, portafotografie di misure impossibili, vasi per fiori che finiscono in cantina. Tutto è molto colorato, accattivante e mentre giri e rigiri tra le tue mani questi oggetti, scatta qualcosa nel cervello che ti dice che senza quel particolare mestolo non puoi cucinare, che è fondamentale per agguantare le polpette svedesi la cui ricetta naturalmente è in prima fila nel libro di ricette che hai cacciato nei sacchi stracolmi Ikea.

Perché l’Ikea è questo. Ti fa sognare di avere una casa Ikea, che ti piace molto, ma è la-tipica-casa-ikea e allo stesso tempo sei convinto di avere una casa unica, perche la TUA non è Ikea, è tua, diversa e originale. Un bel pasticcio di paradossi.

Potresti, ecco, non andare all’Ikea e cercare negozi che vendano le stesse cose, allo stesso prezzo, dislocati nei punti estremi della città. Potresti cioè ritornare a come si faceva una volta. Comprare i vasi nei negozi di vasi, i mestoli nei casalinghi, gli asciugamani nelle botteghe del bianco.

Qual è il punto? Vuoi spendere poco (o credere di spendere poco comprando il superfluo), vuoi ottimizzare i tempi, e vuoi lasciarti avvolgere dai colori e dalla creatività (non tua, ma non importa) e poi, l’hot dog con senape e ketchup nelle botteghe non te lo danno. E nemmeno la marmellata di mirtilli rossi.

Così anch’io, consapevole delle mie contraddizioni (anelare all’unicità ma non poter rinunciare al grande magazzino di massa svedese) oggi sono andata all’Ikea. Dovevo vedere i divani letto, valutare se c’erano dei tavoli interessanti e comprare varie cose necessarie. Necessarie per davvero.

Ero consapevole del rischio, ma l’ho affrontato a testa alta con un deterrente all’acquisto compulsivo che si è rivelato infallibile.

Ci sono andata con i mezzi pubblici!

Non di certo perché io sia così autodisciplinata e green e consapevole. No! È stata semplicemente una scelta forzata  perché non avevo la macchina. Ho preso un tram sotto casa, poi ho preso la metro che da Cimiano esce dal tunnel e striscia tra i palazzi dei dormitori milanesi per finire la sua corsa a Cologno Nord. Lì, puntuale e invitante mi aspettava la navetta Ikea. Con mia sorpresa era piena zeppa, ma non di clienti Ikea, bensì di ragazzini, mocciosi con i brufoli, che si dirigevano in massa a fare le vasche del sabato pomeriggio nel grande centro commerciale lì vicino.

In tutto, circa, 20 chilometri di viaggio.

Arrivata nel gigantesco magazzino giallo-blu, sono partita razionale e metodica. Ho caricato nel carrello due sacche gialle Ikea e le ho riempite tenendo conto del peso e dell’ingombro. Ho comprato: quattro cuscini (sottovuoto), un piumino (sottovuoto), una organizer per cassetti, quattro asciugamani grandi e quattro piccoli, un tappeto per il bagno, due tovaglie (una non necessaria, anch’io in fondo sono debole), quattro tovagliette per la colazione, carta per rivestire i cassetti, due set completi di lenzuola e federe, due lampadine per comodino.

Le sacche gialle erano strapiene, ma non ero preoccupata. Alla cassa ho preso le classiche sacche blu (gli esperti sanno che quelle gialle non si possono portare a casa) e il carrellino blu Ikea. Il cassiere, appena gli ho consegnato il ticket della navetta per il rimborso, mi ha mostrato tutti suoi denti in un meraviglioso sorriso. “Le posso fare lo sconto perché è venuta in autobus” e poi aggiunge: “Brava, anch’io sono eco”. Io lo guardo con un misto di sentirmi orgogliosa, sentirmi sfigata, perché i due pacchi sono enormi, sentirmi preoccupata, ora sì, perché “come cavolo farò in metropolitana?”.

Pago (lo sconto è del 2,5%) e vado al banco imballaggi. Qui, come dovessi partire per una spedizione, imballo, lego, copro, fisso con lo scotch il mio acquisto. Assetata e accaldata e sudata passo al banco food e mi prendo, attratta dalla lattina così ikea-style,  un succo di mele. Alla cassa, con borsa a tracolla, sacco blu su una spalla, carretto in un mano e lattina, inciampo verso la cassiera. Mi sgrida subito. “Metta le cose nel carrello, ma robe da matti, che poi si fa male!” “Ehh,- dico –non sono qui in macchina, questo è l’imballaggio perché vado con la navetta!” Intorno a noi si fa il silenzio. La signora mi fissa come se le avessi detto che sono una venusiana e che su Venere non esistono i carrelli della spesa. Sposta la testa indietro per guardarmi meglio, come se non avesse mai visto prima qualcuno che si presenta all’ikea senza macchina,  e poi, anche lei mi incoraggia: “Brava, così si fa. Giusto. Non bisogna inquinare!”  Di nuovo si mescolano dentro di me i sentimenti provati prima: orgoglio green macchiato però di preoccupazione e affanno.

Mi faccio forza ed esco. La navetta arriva dopo pochi minuti. Si riempie di nuovo di ragazzetti. C’è solo un cliente Ikea con una scopa in mano. Una scopa! Io ho circa 20 chili di roba. E la navetta Ikea non è fatta per i clienti, non è cioè una di quelle genialate customer friendly svedesi che ci piacciono tanto. È un normale bus e  quindi mi impiglio ovunque tra le poltrone e non so dove piazzare la mia merce. A Cologno Nord scendo incastrandomi di nuovo e poi mi faccio i trenta gradini in salita e i trenta in discesa della stazione del metrò, sudando, ma senza troppa fatica. La forza di volontà e l’orgoglio non mi fanno sentire dolore. Il vagone del metrò è vuoto, per fortuna. Scendo a Loreto, rifaccio scale in salita e in discesa e prendo la linea rossa. Per fortuna, di nuovo quasi vuota. Scendo a Porta Venezia e mi impiglio nei tornelli di uscita. La sciarpa mi scivola a penzoloni, la borsa cade dalla spalla, il carrellino blu si blocca. Una ragazza sudamericana mi guarda perplessa. È strano, questo si l’ho notato: quando trascini pacchi e sei in difficoltà la gente ti guarda strano. C’è un misto di pena e di curiosità, ma nessuno ti aiuta. Guardano. Io goffa, le sorrido e procedo per l’ultima coincidenza. Rifaccio le scale e piglio il tram numero 9.  È  strapieno. Salgo in coda dove è stipato di gente, di sacche, di borse e zaini. Simile tra i simili si direbbe. Ma sono l’unica bianca e quelle altre sacche sono la casa ambulante di gente diretta alla mensa dei francescani. Mi incastro tra un sedile e un altro e schiaccio un ragazzo filippino con la borsa. Lo guardo sconfortata, lui sorride, che non importa. Tanto sono solo cuscini, penso, ma a disagio. Sei fermate e scendo.

Un’ora esatta è durato il viaggio di ritorno.  Più o meno come in macchina, tra viaggio ed estenuante ricerca del parcheggio.

E arrivata  a casa, un po’ mi sento orgogliosa. Si, perché ho fatto  un viaggio e un acquisto eco!  Ma poi a pensarci bene, anche questa è un’altra ipocrisia, come quella del pretendere di essere unici in un mercato di massa.

E nemmeno Ikea, a quanto ha riportato Internazionale settimane fa , è tanto coerente tra l’immagine e la sostanza. Poco eco. E poco equo.

L’unico vero vantaggio l’ha avuto il mio portafoglio. In pullman all’Ikea si spende davvero meno. E perché no, anche la mia Pigrizia ha affrontato un bel match. Sono uscita dal bozzolo protettivo della mia macchina e mi sono mescolata, incastrata, ingarbugliata sfiorando altri bozzoli, altri colori, altre atmosfere, altre sacche, altre borse, altri occhi, altre stanchezze.  Altri problemi, che quello di rischiare di acquistare cose inutili nel colorato mondo Ikea.

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La Boutique Erich Demetz ha chiuso i battenti — ottobre 11, 2012

La Boutique Erich Demetz ha chiuso i battenti

Non esiste solo il lessico familiare. Esistono anche i tòpoi familiari, i luoghi che parlano.

In questi giorni, ogni volta che passo davanti a uno di essi, provo uno strana sensazione. È un angolo nel centro di Selva. In cima ad una scala, tre vetrine e una porta affacciata sulla statale e sulla nuova piazza di Selva. Di fronte c’è l’hotel Des Alpes, dove da piccola facevo scorpacciate di biscotti alle noccioline o di Schwarzwaldtorte. A fianco, il negozio di alimentari, dove, sempre da piccola, andavo dopo i pomeriggi passati al vicino parco giochi a rifocillarmi di rosetta con salame e Wurstsalat. Mi mangiavo di gusto la merenda seduta su una panchina, che allora si trovava davanti al negozio, davanti a quelle vetrine, a quella porta. Era il negozio della mia mamma. Il negozio dove passavo a farmi dare un bacio o  a farmi mettere un cerotto sulle ginocchia sbucciate. Era il negozio dove ho passato le mie vacanze da adolescente a guadagnarmi la paga estiva. Il negozio dove andavo a vedere le novità e talvolta a scegliermi una giacca, un pullover, un paio di jeans. È il negozio dove per quasi 50 anni, donne, soprattutto donne, si incontravano e si sceglievano il nuovo guardaroba.

C’era la signora Vedere, che nei giorni di svendita, con i suoi capelli raccolti e il viso severo ripeteva: “Vedere! Vedere! Vedere!”. E che una volta a forza di voler vedere anche ciò che non si vedeva era finita con mezzo busto dentro uno scatolone pieno di maglioni.

C’era il clan delle clienti del Diamant, che passavano le mattinate in negozio a guardare, provare ma poi compravano solo quando erano sole e i sacchetti venivano portati da me, bambina, in albergo. Era tutto un trafugare di pacchi, di nascondere, perché le amiche della mattinate condivise non vedessero cosa avevano  acquistato.

C’era la cugina di una queste, piccolina, zitella con i capelli corti grigi, che alloggiava in un altro albergo e ogni mattina passava con ritmi spediti davanti al negozio trascinando imballaggi o sacchi di cose acquistate altrove e si fermava e poi entrava e aggiungeva pacchi ai pacchi già comprati .

C’era la signora “Paaapi”, che sembrava un uomo con una parrucca bionda, e come una bambina capricciosa ripeteva “Paaapi” al marito, “me lo preeeendi”.

E c’erano madre e figlia che parlavano la lingua all’incontrario che poi all’incontrario non era, era solo una lingua straniera.

C’era la coppia delle olive, che portava il rifornimento a tutti noi e c’erano invece quelli che ogni anno chiedevano sacchetti di carta per metterci dentro i tanti funghi che raccoglievano nei nostri boschi.

C’erano amici di vacanza a Selva di Val Gardena che si davano appuntamento proprio lì da noi, e a volte poi litigavano tra loro e venivano da noi a malignare e fare pettegolezzi.

C’erano le sorelle milanesi, identiche, magre, cappelli corti, naso appuntito e occhi splendidi ma severi. Indossavano sempre gonne tirolesi, che però non erano davvero tirolesi. Erano le gonne che mettevano le turiste italiane pensando di mescolarsi tra noi, sudtirolesi ladini.

C’era la signora che  vestita con camicia scozzese e pantaloni di velluto alla zuava cercava disperatamente camicie pulite: ”Siamo partiti con l’idea di farci una vacanza nordica – aveva spiegato – con solo uno zaino e due camicie, ma non ce la faccio più da quanto sono sporche.” E io non capivo perché la vacanza fosse nordica e soprattutto perché una vacanza nordica comprendesse solo due camicie.

E c’era la svendita. L’evento dell’anno. Giorni prima con mia zia Luciana preparavamo le etichette a mano, poi la sera prima del big day portavamo  tutto giù in negozio, le maglie, le giacche, le gonne, le camice. Uno staff rinforzato appositamente per quei giorni prevedeva, oltre mia madre e le commesse e la sottoscritta, la zia venuta dal Veneto, poi Pupa, milanese praticamente di casa con la sua famiglia a Selva, e Thomas, mio fratello, incaricato di piazzare la cassa. Lui, per sopportare il peso dei giorni successivi faceva sempre un ricco assortimento di caramelle Haribo dai gusti più improponibili. E faceva innervosire mia madre, perché teneva una giungla di carte colorate sotto la cassa.

Poi il grande giorno, la mattina presto dentro il negozio, con le prime clienti c’era un silenzio quasi sacrale. Le donne parlavano tutte a bassa voce e si muovevano ancora incerte e in avanscoperta tra le pile di maglioni colorati. Fuori intanto si formava un crogiuolo di altre clienti bloccate da un nastro rosso per fermare il flusso, per evitare l’affollamento. Ricordo le colonne di lana, morbida, ricordo la gioia e l’agitazione di talune clienti che non volevano perdersi le occasioni. Il silenzio mattutino si trasformava in armonico caos. Sacchi di roba messi da parte, famiglie intere, donne che passavano più volte durante la giornata, disperazione per il maglione tanto agognato e già venduto, soddisfazione luccicante negli occhi per gli affari fatti, le occasioni trovate. Era una vera festa per le clienti di mia madre, capobanda di uno staff senza tregua. E in fondo, anche se faticosa, era una festa anche per noi. La sera poi, ci prendevamo la piccola cioccolata del Des Alpes, che sembrava più buona che mai e commentavamo stravolti i fatti della giornata.

La Boutique Erich Demetz, così si chiamava il negozio di mia mamma, fondato da mio padre, prima ancora che decidesse di occuparsi d’altro nella sua vita, ha chiuso i battenti. E così, un luogo familiare si trasformerà in un luogo forse estraneo. Non è nostalgia la mia, né malinconia. È una semplice presa di coscienza. Una pagina di un libro che si volta per farci entrare in un nuovo capitolo. E non riguarda solo mia madre, ma pure me, pure la mia famiglia, pure le generazioni di donne passate attraverso quella porta. E come in un libro, rimane tutto. Rimane intatta la vita che abbiamo vissuto dentro quelle mura ricoperte di legno. E chiunque le rioccuperà, non cancellerà ciò che abbiamo vissuto. Semplicemente scriverà il suo di libro.

Il nostro, quello delle amicizie nate, delle risate, delle arrabbiature, dei capricci, delle sorprese, delle chiacchiere, della nostra vita vissuta lì dentro, quel libro  basta aprirlo appena appena, e i “vedere, vedere vedere”, i “paaapi” e le vacanze nordiche e i colori della lana tornano ad avvolgerci, come una musica ovattata di una bella storia, che una volta letta non ci lascia più.

clic ciak clic — marzo 22, 2010

clic ciak clic

Un gita. Una visita in una cittá d’arte. Una festa di compleanno, un battesimo, un concerto.Clic clic clic clic, nevroticamente la colonna sonora é data dai clic immaginari di macchine digitali compatte. Il clic, in realtá, non si sente più, ma lo si vede. I gitanti, i turisti, le zie, le nonne o gli amici di feste familiari sono tutti impegnati ad immortalare la giornata. Foto orribili, occhi chiusi, occhi rossi, figure sfuocate o sovraesposte. Non importa. Importa registrare tutto, altrimenti il dubbio ci assale: ma c’ero anch’io, oppure l’ho sognato?

L’affanno é tale, che il meraviglioso paesaggio della gita domenicale, gli splendidi scorci di una cittá medievale, il sorriso perplesso del piccolo batezzato, la sbronza degli amici al concerto non rimangono nelle nostra memoria, vivi, per l’intensitá con cui li abbiamo vissuti, ma solo perché li abbiamo fermati in clic. Non é importante vivere le cose. Anzi, le nostre esperienze vengono dirette e veicolate in funzione della macchina fotografica. “Fate un brindisi!”, “Datevi un bacio”, “Guarda verso la basilica” … Siamo tutti attori statici di una regsitrazione calcolata della presunta realtá. Recitiamo per dare veridicitá a ciò che, attraverso il clic, trasformiamo e fissiamo per sempre in realtá. E come se non bastasse, la curiositá di una volta, trattenuta fino a che lo studio fotografico non ci consegnava le foto stampate delle vecchie macchine analogiche, é annullata. Oggi é addirittura possibile fare più ciak della stessa scena. “Hai gli occhi chiusi, rifacciamo”, “Sei venuto male, rifacciamo”, “No, girati più a destra, rifacciamo”… e poi il gruppo di attori si unisce al regista dietro la macchina e si vede, subito, immediatamente e nuovi ciak vengono richiesti. “Uffa, mi prendi sempre il profilo peggiore, rifacciamo!”.

La foto non é più soltanto un ricordo da rivedere e conservare.

È una regia controllata e costante sulla nostra vita, a tal punto che il passato si accorcia, entra nel presente, ne fa parte. E gli attori non sono più gitanti, parenti, amici che fissano per sempre un bel momento passato insieme, ma diventano registi/attori consapevoli del tipo di memoria che vogliono preservare, a prescindere dal fatto che sia reale o meno. L’esperienza spontanea perde valore. L’esperienza diventa fiction costruita consapevolmente per il proprio album, pubblicato su internet, di modo che tutti lo/mi possano vedere.

Le emozioni non importano. Importa solo che la testimonianza sia presente, magari in 100 … 200 immagini, generalmente brutte e sgraziate, ma che importa. Io c’ero!

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