Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Filo senza senso — ottobre 22, 2011

Filo senza senso

Da principio pare timida.

Una i piccina e stretta che sguscia, spinta dal piede di  una L , che la guida.

La i s’affaccia appena.

Il suo puntino si guarda intorno, saltella e guizza avanti

costringendo la L a un passo più deciso.

Liiiiiiiiiiiii

Prende coraggio. Un passo, lo stipite

ed è in bilico

Lib-b…b …

Un salto avanti forte sul suolo: be!

Ed è di lá: Li-be!

Si tira su, occhio solerte.

L’aria le piace e allora

prende la rincorsa su una r rotolante.

Libe scorrrrre e un salto ancora…

Piedi a terra ed é taaa!

Spalanca tutta se stessa, le braccia, il viso, la gioia, l’aria aperta ed immensa ed è finalmente

Li e ber e taaaaaaaaaaa. Finalmente Libertá!

Che meraviglia, che forza, che crescendo maestoso e vasto ed infinito.

E quell’accento? Un respiro pieno, schietto e vibrante!

….

Ma ohibò,  che vedo? Che le stanno facendo?

Oramai solo un filo è, che disegna delicatamente una fragile figura: Libertá

E basta una mano indifferente che di passaggio fingendo noncuranza ne tiri l’estremitá.

E scompare.

La a si slaccia

la t e la r si disfano,

la e si scioglie, la b si china,

la i si spegne e

la L s’appiattisce.

Non resta che un filo, abbandonato e piatto.

Non resta che un filo senza senso.

(ora che il PDL vuole cambiare nome al partito, ho recuperato nello scantinato del mio disco rigido questo post, scritto ai tempi della neo-coniatura della compagine di mister B: presa dallo sconforto avevo scherzato, diciamo così, con la parola libertà, ormai davvero solo un segno, un filo, una forma senza contenuto. Un packaging perfetto, per una scatola vuota.)
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Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente. — settembre 29, 2011

Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente.

Per pura coincidenza, in questi giorni che qualcuno ha nuovamente proposto di abolire il 25 aprile, ho un partigiano illustre che frulla nella mia mente. È da domenica, per la verità, che non riesco a liberarmene. Per la verità nemmeno ci provo. Mi piace averlo dentro di me e nei momenti di distrazione dalle mie faccende vederlo emergere, sentirlo. La voce calda ed energica e diretta. Gli occhiali grossi, la pipa in bocca, pantaloni alla zuava e un basco di velluto.

Si muove dentro di me, nella mia testa e lo ringrazio di esserci, anzi gli concedo di indugiare, chiedo alla mia mente di trattenerlo. Perché averlo così forte e nitido, sentirlo e vederlo mi dà un certo non so che. Una nuova energia. Una forza positiva. Una voglia di rinascita e rivincita che fa tanto fatica a rimanere a galla di questi tempi, in questa Italia alla deriva, persa e infangata, svuotata di sé stessa.

E mi chiedo, ma che fine ha fatto? Non lui, no di certo. Lui è sepolto, a malapena ricordato, inciso probabilmente su qualche lapide a dare il nome ad una strada, una piazza, una ferrata, un rifugio. No, io mi chiedo che fino ha fatto quell’energia? Quell’onda dirompente, quella  schiettezza, quel rompere i protocolli, quella genuinità, quel chiamare le cose con il proprio nome, il nome vero, puro, autentico. Quell’esigere sempre e solo la verità e chiamarla, la verità. Con parole trasparenti e chiare. Dando alle cose, e quindi alle azioni,  il nome esatto senza sotterfugi.

E mi chiedo, soprattutto, che fine abbiamo fatto noi? I bambini che hanno vissuto Sandro Pertini presidente della Repubblica. È solo una mia fissazione? Solo perché lui veniva in Val Gardena in vacanza? Siamo solo noi, quelli che lo vedevano arrivare in valle e lo salutavano felici lungo la strada, che ancora oggi lo ricordano? Noi che organizzavamo la festa degli alberi per lui, nel bosco, a piantare un alberello ciascuno e cantare canzoni sulla natura per poi godersi la pagnotta con il prosciutto cotto e l’aranciata?

Che bambini eravamo? Figli di genitori nati e vissuti durante la seconda guerra mondiale. Nipoti di nonni che di guerre ne hanno vissute due. Bambini cresciuti negli anni delle bombe e del terrorismo. Anche se ero piccola e vivevo in una valle periferica di montagna, quegli anni sono incisi nella mia memoria. Li abbiamo vissuti anche noi, anche da lassù, isole periferiche immerse nella natura, protetti da un’infanzia immersa in un paesaggio idilliaco.

Ero dentro quell’epoca anch’io. Ricordo la mattina che sono andata a prendere mia cugina per andare a scuola e la prima cosa che le ho detto, appena mi ha aperto la porta, è stato: “Hanno ucciso Aldo Moro” Ricordo quella sera che mia madre, tornata dal lavoro, a mio padre, che l’aspettava sull’uscio di casa, ha detto: “C’e stata una strage”. E ricordo mio padre sbiancare e fare un passo indietro. Era il due agosto 1980. Ricordo che giocavamo al teatro radiofonico, tra cugini. Sulle cassette registravamo storie. Non storie qualsiasi. Storie di violenza, come la bomba ad un concerto. Quanto ci divertivamo a simulare il rumore della bomba sbattendo giornali sul tavolo e urlando come pazzi! E poi le indagini. La polizia. Le tracce non chiare. Questi erano i giochi che facevamo, in un casa immersa nel cuore delle Dolomiti.

E poi c’era l’arrivo di Pertini. Mia madre che impazziva, perché mio fratello ed io, appena entrava in parcheggio per parcheggiare, aprivamo le portiere come le guardie del corpo del presidente, prima ancora che la macchina fosse ferma. Oppure camminavamo con le spalle al muro controllando ogni angolo, come a fare l’ispezione, la bonifica,  prima del suo arrivo. Mio cugino era il più invidiato, perché aveva addirittura un auricolare bianco come quello dei poliziotti. Ricordo la crisi di governo nell’albergo davanti a casa mia. Centinaia di persone, polizia, fotografi e giornalisti. E Spadolini scendere le scale, con lui, il presidente  Sandro Pertini.

Fatti della vita di un paese che arrivavano fino a noi, bambini di montagna. Bambini che necessariamente acquisivano una consapevolezza, prematura forse, sui conflitti, la violenza, la politica e sì, anche sulla vita civile e sulla tragedia. Bambini protetti, certamente, ma a contatto e informati su ciò che accadeva nella propria nazione.

Ma pur sempre bambini. Consapevoli ma ingenui. Che quando arrivava Pertini in Val Gardena gli elicotteri che lo anticipavano erano come fuochi d’artificio per noi. Uno spettacolo. La gioia pura. E la colonna di macchine. I posti di blocco. E lui, il presidente, che salutava tutti, rideva. Camminava in mezzo ai turisti che lo volevano toccare e lui si concedeva con un sorriso immenso a questi bagni di folla. Non era semplicemente un saluto al presidente della Repubblica. Era una collettiva dimostrazione di affetto alla quale lui rispondeva con altrettanto affetto.

Ma ve lo ricordate nei discorsi di Capodanno? Io ero piccola, eppure ricordo quella sedia, senza un tavolo davanti, come se fosse seduto insieme a noi, nel nostro salotto. Quel parlare a braccio, energico, diretto. Quell’essere parte della famiglia.

Mi chiedo: lo ricordo così solo perché ero una bambina di Selva di Val Gardena? O perché mi ha detto che ero elegante una volta che ha mangiato speck a casa mia? Perché mi ha accarezzato? Davvero la forza di questo uomo straordinario mi contagia ancora oggi solo per una mia esperienza? Che poi, confesso, io stessa lo avevo relegato ad un angolo della mia memoria…

Domenica scorsa ho visto un documentario sulla sua vita. Improvvisamente era di nuovo qui. Con quella camminata spedita. La voce forte. Senza peli sulla lingua.

Non è nostalgia la mia. Non è malinconia. Non è nemmeno un misto di pessimismo e sconforto perché uomini così non ce ne sono più. Ed erano rari anche allora.

No, è diversa la spinta che mi porta a scrivere, in modo soggettivo e forse emotivo, di Sandro Pertini.

La sua vita non è banalmente esemplare. È molto di più. È un modello etico cui tutti dovremmo tendere. E soprattutto è parte della storia di questo paese.

Sono uomini così che andrebbero raccontati. Di continuo, senza stufarsi mai di farlo.

Noi per primi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente, dovremmo non dimenticarlo. E dovremmo raccontarlo.

Dovremmo essergli grati per ciò che ha trasmesso a tutti noi. Dovremmo insegnarlo nelle scuole. Raccontarlo ai nostri figli. Dovremmo dargli vita, ogni giorno. Perché se c’è qualcosa da ricostruire in questa sciagurata Italia, è da uomini come Sandro Pertini che si dovrebbe partire.

E dunque, che ne è oggi dei bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente? Una è qui. Contenta di averlo ritrovato e aver condiviso il suo ritorno. Rinforzata nella spinta a non cedere mai. Mai al pessimismo, mai al disfattismo.

È un dovere, questo, e una questione di rispetto. Il rispetto per chi in modo assoluto e senza compromessi ha sempre rispettato noi, bambini, uomini, donne, cittadini.

Doppia certificazione di esistenza — giugno 10, 2011

Doppia certificazione di esistenza

Ieri ho assistito ad una serata di “meet the media guru”. Il tema era particolarmente affascinante: quale futuro ha la scrittura nell’era del digitale, del web 2.0, del social networking? A parlare sul palco del Teatro dal Verme a Milano, nomi eccellenti, veri e propri guru della comunicazione e della scrittura. La serata è iniziata alle 21.00 e si è trascinata fino alle 23.30 circa. Trascinata, ebbene sì e spiego perché.

Prima, tuttavia, è necessaria una premessa. Io non sono una conservatrice. Né sono una di quelle persone che condanna a priori il mondo del social networking. Come potrei: ho ben tre blog, inoltre ho un account su facebook, su twitter, su linked-in, su friendfeed, su flickr, su anobii, su prezi, su slide share … insomma, sono  abbastanza “social”, direi.

Vivo questi contenitori a tratti, a fasi, a seconda dell’umore, del tempo, della mia voglia di lasciare una traccia oppure no.  Ma, appunto,  li vivo e non condivido le opinioni di chi condanna totalmente, ad esempio, facebook solo perché vi si trovano decadenti esibizionisti. Viviamo nell’epoca del narcisismo, ma questo non significa che facebook in sé sia negativo. Una volta erano i libri ad essere condannati o bruciati. Questi mezzi, oggi, non sono solo luoghi di voyerismo o narcisismo. Sono anche piattaforme di incontri, opinioni, scambi. Rapidi, mordi e fuggi, è vero, ma veri nella loro essenza digitale. E soprattutto sono luoghi interattivi.

Nella serata di ieri, in un certo senso, di questo si è parlato. Con uno sguardo al problema della scrittura tradizionale.  La domanda che incombeva su tutti noi era chiara: i libri tradizionali sono destinati  morire?

Non voglio soffermarmi qui sulle risposte offerte ieri sera. Aprirei una parentesi immensa. Riporto solo le parole del professore Derrick de Kerckhove che ha proposto un equilibro tra le diverse scritture rilevando comunque che la scrittura su carta rallenta i ritmi e costringe alla riflessione. La scrittura su carta fissa le cose. Diviene permanente. Mentre il digitale arriva, passa, si volatilizza. È  rapido e mutevole. Ma può comunque offrire nuovi strumenti per la creazione e di fatto lo sta facendo.

Abbiamo quindi  la scrittura tradizionale (e la lettura tradizionale) e abbiamo la scrittura digitale (e la lettura digitale). La prima riflessiva e strutturante, mi verrebbe da dire, la seconda volatile per nulla sterile, iper-creativa.  

Affascinante, non c’è dubbio. Eppure ieri, a mio avviso, gli organizzatori hanno dimenticato un elemento fondamentale: l’uomo (o donna) in quanto essere fisico, presente.  Chi ne ha colto il paradosso è stato un musicista: Roberto Carlone della Banda Osiris che sulla performance con musicisti proiettati su schermo ha abilmente giocato con straordinaria (e suggestiva) creatività.

Vengo al punto.

All’inizio della serata ci è stato detto che dovevamo tenere acceso il nostro smart phone e twittare commentando la serata. Siamo stati invitati tutti a interagire (interattività è una parola fondamentale nell’era digitale) con tweet, post e pics.

Immaginatevi dunque la scena, il teatro di ieri sera.

Siamo seduti in platea. Grandi guru della scrittura ci raccontano le loro riflessioni. Addirittura viene abbozzato un dibattito tra 5 nomi illustri italiani (tra cui l’inventore del blog Spinoza, che adoro), ma che di fatto si riduce ad un monologo degli stessi. Sale un guru, poi un altro, poi un altro. Alle loro spalle, sono proiettate diapositive power point di supporto, poi i “nostri” tweet e infine una slide dinamica di prezi, arricchita, intervento dopo intervento,  con parole chiave. Poi, ultimo intervento, arrivederci e grazie.

È chiara la scena? Siamo seduti in platea, sul palco scorrono idee straordinarie, o discutibili, a seconda. E noi dalla platea veniamo invitati a interagire. Ma, sia chiaro, solo … digitalmente!

Il paradosso, no, ancora peggio, l’estremizzazione. L’invasione del digitale nel reale. È un’inversione a U: non il mondo reale verso quello digitale, ma quello digitale che s’impone sul mondo reale.

Noi muti, ma rapidi della digitazione sui tastini del telefonino. Noi a bocca chiusa. Noi a interagire con il mondo reale che sta davanti a noi, ma solo in modo digitale. Noi stessi trasformati in platea digitale, in pixel. Noi non reali, non fisici. Noi comparse o strumenti per diffondere nella rete quanto viene detto e non, invece, attori di un evento reale che avviene in quel luogo fisico, in quel momento fisico tra esseri umani, fisici. Noi ad annullare noi stessi in quanto persone di carne ed ossa e convertirci in commenti twittati. Noi a trasformarci in avatar di noi stessi.

Sono una conservatrice se mi chiedo, io che siedo a pochi metri dai guru, perché devo interagire digitalmente e non posso interagire fisicamente? Intendo dire: alzando la mano, aprendo la bocca, facendo uscire suoni che sono parole, magari rese più espressive da mani che si muovono, occhi che fissano? E ricevere di rimando una risposta fisica del relatore, anche lui con suoni che diventano parole, magari con le mani, la mimica, i gesti a spiegare meglio quel preciso concetto. Siamo tutti dentro un teatro ma è come se fossimo davanti ad uno schermo. Come si può parlare del rischio per la scrittura su carta se abbiamo già perso la facoltà di comunicare, o addirittura di vivere, dal vivo? Di vivere in prima persona un evento senza il bisogno di convertirlo in un messaggio per il web 2.0? Come se la realtà fisica non ci interessasse più. Come se non sapessimo più lasciarci andare alle emozioni, ai pensieri fini a sé stessi dentro la nostra testa, destinati solo a noi e a persone reali come noi, vicino a noi. E solo lì. Come se ci interessasse solo la realtà convertita in tweet e pics. Come se il resto, il  non twittato, non esistesse.

Ecco, io che posto su facebook, che twitto su twitter, che carico foto su flickr e che sto scrivendo questo post per un mio blog, mi dico: non dimentichiamo che siamo fatti di carne e non di pixel. E che fuori dal web non c’è IL NULLA. Lì fuori ci siamo noi, semplicemente noi, gli esseri umani.  Con la nostra voce, i  nostri occhi, le nostre mani.

E allora, collegandomi al tema di ieri sera, mi dico: carta! La scrittura fissa le cose? Allora non  smetterò mai di comprare libri di carta perché in questo modo sono certa, non dimenticherò mai di essere fatta di carne e ossa. Di essere qui, ora, un essere umano tangibile. E certamente non delegherò mai a tweet e pics la certificazione  del fatto che esisto.

E per andare sul sicuro questo post ora lo stampo su carta e metto i fogli in una cartelletta di cartoncino colorato.

E se avessi torto? Vabbè, per andare sul sicuro, mando pure un tweet.

Doppia certificazione di esistenza, la chiamerei.

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