Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Profilo social e identità: un viaggio pubblico e interiore. — maggio 11, 2015

Profilo social e identità: un viaggio pubblico e interiore.

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

(Alvaro di Campos, alias F. Pessoa)

Sono forse tutti i sogni del mondo quelli che mi hanno portato a chiedermi che strada seguire? Ripercorro, complice un lungo viaggio in treno, la mia esperienza in rete e scopro che essa riflette in modo speculare un pezzo del mio percorso (esistenziale?) fatto di conoscenza, ma pure di accettazione e di liberazione del mio sé.

Prima di tutto: il bisogno

Ho iniziato a scrivere un blog parecchi anni fa per il bisogno impellente di buttare fuori i miei pensieri. Il classico diario mi pareva destinato al silenzio. Il blog invece, anche se nessuno lo avesse letto, avrebbe per lo meno fatto viaggiare i miei pensieri. Li avrebbe liberati da me buttandoli nella mischia. Scrivevo, allora, prevalentemente di me e di ciò che vedevo nel mondo e di ciò che leggevo o sentivo. Si chiamava Senza Confini, quel mio blog arcaico. Poi ha cambiato sede ed è divenuto questo, dal quale sto scrivendo, Frammenti Sparsi. Qui dentro, pur continuando a scrivere del e dal mio mondo percettivo, era da subito emersa una sorta di consapevolezza pubblica. Il primo blog archetipo (oggi sparito dalla rete) era stato un diario liberato, che pigliava un volo casuale senza strategie. Questo spazio qui invece, aveva preso da subito la forma di un volo guidato.

E questo causò un primo problema. Iniziai a sentirmi insicura. Leggevo articoli interessanti e li ripetevo pari pari. Non solo nei contenuti, ma pure nello stile. Insomma, scopiazzavo. La mia voce faceva fatica a emergere. Ero come un’apprendista che copia il maestro, e il maestro nel mio caso erano l’immensità della rete, i blogs di grande successo, le parole di chi mi sembrava straordinario e molto più bravo di me. Avanzavo mescolando un pezzo di me a tentativi e prove.

L’apprendimento

La tappa successiva è stata quella del blog sul mio mestiere. Mamma mia, mi viene da dire ora. Tutto era nato perché sentivo il bisogno di raccogliere le mie scoperte professionali. Scrivermi dei report da tenere chiusi in una cartella nel computer non mi piaceva. Anche qui volevo che le mie scoperte prendessero il volo. Ma, di nuovo, ero immatura. Leggevo post di successo e li imitavo. Non solo, leggevo blog e libri che mi insegnano a costruire una reputazione on-line. Leggevo cose di personal branding, leggevo consigli di scrittura, taluni davvero utili, ma altri talmente miseri e speculativi che puntavano solo al creare traffico e non al guidare l’autore verso una propria voce. C’era questo perentorio “Sii te stesso!”. Ma come si fa a essere sé stessi se per esserlo ci si costringe dentro modelli e regole e astuzie che non sentiamo nostri?

I blog americani poi mi mettevano in ansia. Le regole sull’efficienza, da come formulare un titolo alle parole da usare per essere letti, dalle immagini preferibili a mille altre diavolerie, io le ho testate tutte. Ma più sperimentavo e più scovavo regole magnifiche più mi sentivo inadeguata. LinkedIn infine mi dava il colpo di grazia. Tutti mi sembravano così bravi, così professionali, così competenti, così incredibili e super che io mi sentivo una poveretta al loro confronto. Era tutto un lanciare regole sul successo. E io, sempre più incapace mi sentivo frustrata nella ricerca di una perfezione omologata. Per carità, oggi riconosco che tutte queste mie sperimentazioni e questi miei tentativi e tutte queste letture mi hanno fatto scoprire mondi che non conoscevo e che a modo loro sono entrati dentro di me, dove hanno trovato una nicchia comoda in cui sistemarsi. È tutto lì, dentro di me da qualche parte. E tutto mi è servito. Perché poi è arrivato il momento in cui tutte queste diavolerie e questi consigli si sono trasformati, mescolati, contaminati e per farlo hanno pescato nelle cose che erano dentro di me già prima e si sono personalizzati. Il mio stile è diventato piano piano il mio stile.

I miei io

A questo punto però si è aperta una nuova sfida. Il blog sul mestiere cresceva, e gli altri due blog (questi frammenti e quello sui viaggi) sono stati messi a riposo. E poi c’erano facebook, instagram, pinterest, linked in, twitter. Mille porte aperte su mondi diversi. E la mia domanda è stata: a questo punto mi profilo (il profilo è diventata la parola del secolo!) solo sul fronte professionale? Cioè: nel social esisto solo in quanto donna che si occupa professionalmente di eventi sportivi? Se qualcuno mi googlasse, cosa dovrebbe trovare? I guru del social media marketing ti dicono di concentrarti su una nicchia, di fare attenzione, di non creare confusione. Ebbene, un mio amico è cuoco e pure restauratore. Quale profilo dovrebbe scegliere? Se uno lo cerca su Google ne rimarrebbe disorientato? Un cuoco che fa pure il restauratore è meno autorevole?

Questa è stata la mia riflessione. L’idea che si debba essere coerenti e con un profilo chiaro e netto mi stava portando ad amputare una parte di me. Il problema è che io non sono monodimensionale. O meglio: il problema è che io non solo un’etichetta (quella che si occupa di eventi sportivi). Viviamo in un mondo di iperspecializzazione, che per certi versi va bene, perché ci consente di crescere e migliorare. Io sono identificata come un’esperta del mio ambito professionale. Ma io sono solo questo? Il mio profilo social deve limitarsi solo a questo? O ancora: il mio profilo social può essere speculare al mio io offline e “off work” senza per questo danneggiare la mia credibilità? Se posto la foto di una crostata o il testo di una poesia o se pubblico un post sulla fotografia sono meno credibile in quanto donna esperta di eventi sportivi?  O, peggio ancora, in quanto esperta di eventi sportivi, non posso parlare di fotografia?

Il fatto è che fuori dalla rete io sono tante identità e lo sono tutte insieme. Io sono il mio lavoro, io sono una che si interessa di articoli sullo sportbusiness, ma sono anche una che legge articoli su mille altre cose, alcune in contrasto totale con la mia professione. Mi chiedo come avrebbe gestito Pessoa i suoi vari eteronomi con la rete. Avrebbe aperto una pagina facebook per ciascuno o li avrebbe resi liquidi? Perché questo è ciò che io mi sono chiesta nel mio percorso di entrata, assuefazione, immedesimazione, copiatura, creatività, autonomia, libertà dentro questi tanti canali. O forse ci si dovrebbe affidare alla rete creando davvero solo eteronomi. Per non fare confusione. Oppure per proteggerci. Perché in fondo noi, la nostra vita, il nostro io sono nostri e basta?

Scrisse Pessoa:

« Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia
non c’è niente di più semplice.
Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei. »

Non ho mai pensato di creare eteronomi, ma di stare in anonimato talvolta si. Per non confondere le acque. Per non destabilizzare il mio profilo pubblico (dentro la mia piccola nicchia nella quale mi muovo, per carità, che qui parliamo di un pubblico microscopico). L’anonimato, pensavo, mi consentirebbe di esprimere i miei pareri in libertà, pareri che forse non potrei esprimere in libertà con la mia firma, semplicemente perché potrei danneggiare una mia possibile evoluzione professionale.

La libertà di essere

Cioè, mi sono chiesta recentemente: scrivere qui in questo blog mette in dubbio o offusca il mio blog più professionale? O crea confusione? Fa pensare che ci siano due Stefania Demetz, omonime?

Mi si potrebbe dire: “Che problemi irrilevanti! Molla la rete e fatti meno paranoie!” Ma a me la rete piace! Piace scoprire cose su facebook, vedere immagini su Instagram e condividere post, idee, momenti.  Io sono quella che riflette sull’impatto ambientale dei mega eventi. Sono quella che fa un crostata alla marmellata che è la fine del mondo. Sono quella che ama le lenzuola stese al vento. E sono quella che ama i piccoli e dolci bed and breakfast, e ogni tanto però ama i luoghi impersonali dei mega business hotel. Io sono una che si indigna, ma sono anche una che spesso chiude le orecchie perché l’indignazione mi fa soffrire. Io sono quella che in questo blog  ha voluto scrivere della sua dolce nonna. E del negozio della sua mamma. Ma anche di come questo nostro paese abbia mancato un esame serio con la sua storia. Io sono quella che in un altro blog ha raccontato il suo viaggio in Australia, e sono quella che su Instagram ha postato una carriola piena di immondizie. E che scrive di sportbusiness e di management.

Io sono mille cose. Il mio dna, la mie radici, i miei incontri, il mio lavoro, i miei affetti, le mie case, le mie valige e le mie torte. Tutti noi siamo tante cose. Io sono, nel senso che amo,  il management e la poesia. Io sono la lucidità e le lacrime. Io sono semplicemente io, e penso che, ecco, non credo che mi lascerò più incastrare da regole d’oro per presentarmi al mondo. Non sarò speculativa. Io scrivo un blog, due blog, tre blog perché mi fanno stare bene, non per diventare ricca e attivare nuovi business. Io non farò più nulla con lo scopo di piacere. Lo farò solo con la voglia di comunicare. Di condividere. Di conoscere. Di incontrare. E di crescere.

Alla fine questo tanto vituperato mondo social, pubblico e globalizzante e omologante, ha forzato una riflessione in me su di me.

Lo avrei fatto lo stesso? Penso di sì. Ma sarebbe stato un viaggio intimo. Questo viaggio invece è stato ed è pubblico.

E oggi sento che la via migliore, più sana, più gratificante per me sia semplicemente quella di essere la stessa persona che sono quando sono offline, con tutti i miei io che viaggiano con me dentro di me. E che prendono voce e parola a seconda di come li gira. L’unica regola cui li costringo non è il cosa o il quanto, ma il dove. Ognuno ha il suo canale. E il mosaico che ne esce c’est moi. Una Stefi una, ma colorata e poliforme.

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Balotelli e i contesti sconosciuti — giugno 29, 2012

Balotelli e i contesti sconosciuti

“Nessun contesto, niente senso” scrive Annamaria Testa in un bellissimo libro sulla comunicazione. E aggiunge: “Ma di conseguenza: un contesto, un senso. Due contesti possibili, due sensi possibili…”

Beh, può sembrare folle, ma grazie a Mario Balotelli ho avuto modo di sperimentare questa affermazione.

Questo è il corto circuito di contesti e sensi (e di emozioni) che ho sperimentato oggi.

Sono per strada al telefono con la mia mamma. Sto andando a fare la spesa. Commentiamo la partita di ieri. Lei, da “mamma”, mi racconta con trasporto affettivo la biografia del nostro super Mario. I genitori, l’abbandono, l’adozione, il rapporto con i fratelli …

Io invece, più distaccata, dico, al telefono, che l’ho sempre trovato aggressivo e non mi è mai piaciuto molto, ma che poi, in fondo ha 21 anni e certi eccessi forse vanno compresi in questo senso. Le racconto di quando veniva insultato. Le commento con entusiasmo quel goal, il secondo,  e quel togliersi la maglietta (non c’è dubbio: un bel vedere), e lo paragono, lì in mezzo al campo di gioco a un guerriero masai, e mentre lo dico penso a certe immagini, a certe  scultore …

Mia madre insiste sulla parte affettiva, io sul fatto che in molti quando entrava nello stadio lo insultavano e poi chiudo dicendo: “Pensa, ora l’Italia ha un eroe nero”.

Non faccio in tempo a finire la frase che una donna (nera) mi sfiora e mi dice: “Ma robe da matti!”, e poi si allontana visibilmente contrariata. Io, continuando a tenere il telefono in mano, le vado dietro, le dico,

–          No guardi mi ha frainteso …

–          L’ho sentita benissimo!

–          Si ma lo dicevo in senso ironico, che l’Italia della Lega e l’Italia razzista ha un eroe nero nella nazionale …

–          Si, si! L’ho sentita! Lei ha detto che era aggressivo e antipatico!

–          Si ma, … non era inteso in senso discriminatorio …

–          Ho chiamato anche mio marito per dirlo, robe da matti!

–          Insisto, mi ha frainteso signora, mi creda…

–          Ho sentito benissimo. E non mi segua!!!

Non mi ero accorta che la seguivo mentre lei si allontanava indignata. La lascio. Le dico ancora un “Mi dispiace …”, e riposiziono il telefono all’orecchio e sento mia madre che non ha smesso di parlare per tutto il tempo, che a distanza ha partecipato alla discussione, difendendo Balotelli e la sua povera figlia. Ma ecco, mia madre pensava che fosse stata una donna bianca a aggredirmi “Perchè quando parli, forse sembri straniera”.

Straniera? Io? Magari tedesca e dunque sconfitta dal risultato di ieri. “Ma se era una donna nera”, le dico. “Ah, pensavo fosse bianca!”

Metto giù, un po’ agitata, lo confesso. Vado a bermi un caffè. E mi chiedo: “Ma forse io sono razzista? Ma forse io ho detto qualcosa che ha ferito questa donna? Ma forse davvero di Balotelli si parla in modo diverso perché è nero? Se fosse stato bianco hai avrei usato parole diverse?” Mi sento mortificata. Ma poi …

Poi  però mi arrabbio pure con lei, la signora che non mi ha voluto ascoltare. Perché dire “è aggressivo” non significa dire “è uno sporco negro”. Insomma, quando una persona è maleducata, è maleducata. Ed è vero che per molti italiani un nero in squadra è un problema. Ma i cori razzisti non provengono dalla mia bocca. E allora penso che forse questo è un razzismo all’incontrario, che siccome è nero non si può dire nulla.

E poi. Poi mi viene in mente il libro di Annamaria Testa. E mi rilasso. E penso ai contesti:

“Due contesti possibili, due sensi possibili.”

Il mio contesto era quello di una chiacchiera con la mamma (che la signora non sentiva) e di una nota ironica conto l’Italia razzista incapace di attivare serie politiche di immigrazione. Il contesto della signora non lo conosco, ma posso intuire che ci sia latente, se non esplicita, una costante discriminazione e dunque qualsiasi cosa detta ferisce. Magari, poi, è una persona con poco senso dell’ironia, o forse, non sentendo le parole di mia madre, le mancava un pezzo della conversazione per inquadrare i miei commenti.

E infine, il contesto di mia madre, è quello di immaginarsi sua figlia aggredita da una donna italiana bianca a causa della sua “R” un po’ tedesca. Eh, si perché poi, c’è magari chi pensa che io tifassi Germania ieri per la mia “R” tedesca, che però è ladina e semmai se proprio avessi dovuto tifare contro l’Italia, avrei dovuto tifare lo Stato del Tirolo. Cosa che non avrei fatto comunque e questo lo dico solo perché il mio contesto sia chiaro: sudtirolese con “R” ladina che tifa Italia, che aborre il razzismo.

Insomma, un bel corto circuito tra contesti estranei!

Mi spiace per quella donna, lo ammetto, perché io probabilmente, andrò a arricchire le statistiche dentro il suo contesto in fatto di discriminazioni. Verrò portata come esempio negativo. E questo mi ferisce.

Annamaria Testa scrive: “A rigor di logica, in assenza di contesto è perfino impossibile distinguere informazione da rumore.” E questo ora mi è chiaro, chiarissimo.

Un’altra cosa ora mi è chiara: mai chiacchierare per strada senza guardarsi intorno.  Il rischio è di prendersi una sberla, da chi sente “fischi”, mentre voi avete detto “fiaschi”.

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è monumento del falso. — marzo 10, 2012

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è monumento del falso.

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Non sono io l’autrice di questa spietata sentenza. Lo dico subito.

Questa frase è di Guy Debord ed è del 1967. MILLE-NOVECENTO-SESSANTA-SETTE. Si trova al punto 9 del famoso libro “La società dello spettacolo”. Famoso, ma dimenticato.

Se solo non lo avessimo ignorato questo libro! Se ci fossimo allertati, se fossimo stati sul chi-va-là vigili e diffidenti, io forse ora non mi troverei a sentire uno straniamento nauseabondo semplicemente nel passeggiare la sera in una località turistica bellissima, perfetta e accogliente.

Tutto è luccicante, patinato, leccato. Falso. Perverso e spietato.

Passeggio in un paese vero in cui tutto è talmente curato, da farmi sentire dentro un mondo di favola. Come un villaggio Valtur, vale a dire, un villaggio finto. Un villaggio finto è un insieme di casette e piazzette costruite per farti sembrare di essere dentro un paese vero. Come un outlet, dove casette pulite riproducono la piazzetta della cittadina di provincia, ma essendo una piazzetta finta, tutto è perfetto.

Sarà questa la causa del mio citato straniamento nauseabondo? Per capirne la causa devo rileggere quella frase scritta nel 1967: Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Ma era il 1967. Nel frattempo ci siamo evoluti. E abbiamo fatto altre stupefacenti capriole. Di rovesciamento in rovesciamento siamo ormai equilibristi di tutto rispetto!

Oggi il vero è un monumento del falso che è una copia del vero. Il paese vero imita il villaggio finto che imita il paese vero. Dicono che piace ai turisti. Come quei fiori che devi toccare perché non sai se sono veri o finti e se poi scopri che sono veri dici: “Sono così belli che sembrano finti”. E viceversa, se scopri che sono finti, dici:”Sono cosi belli che sembrano veri.”

Per forza di cose ti viene la nausea. Ti gira la testa. Ti senti stranito. E tu, che passeggi dentro il villaggio, chi sei? Mi viene in mente un romanzo di Pennac, quello di un dittatore che aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia finché la copia della copia della copia era lontanissima dall’originale. Chi era quello vero? La copia finale o il modello iniziale?

Ecco, forse per questo mi sento stranita. Perché dentro questo monumento del falso si costruiscono scenografie, non paesaggi. Perché se mi muovo sempre più dentro immagini riprodotte di strade, di piazze, di paesi che imitano il falso che imitano il vero, nemmeno uno specchio potrà più dirmi, se quella riflessa sono io, quella vera, quella originale o solo una copia che imita una copia che imita una copia. E non vorrei trovarmi di punto in bianco a cercare la verità andando a grattare pezzi di cielo, con il terrore che cada un sipario e mi mostri, dall’altra parte, un mondo che non conosco e nel quale non esisto più. Quello vero.

(il disegno è G.B. Atak)
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