Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Saresti capace di andare in vacanza e non fare nemmeno una foto? — aprile 27, 2015

Saresti capace di andare in vacanza e non fare nemmeno una foto?

Sul tetto del Duomo ho vissuto l’ansia dei fuochi incrociati, dei selfie in solitaria, dei monopiedi telescopici,  degli scatti ripetuti, messi in scena, con salti, braccia alzate e urla; l’ansia dei gruppi o dei singoli o delle coppie, tutti in rappresentazion di sé.

La cittá intorno, che quasi ci inghiottiva, noi non la vedevamo. Vedevamo solo la scena da costruire. Vivevamo, non la cittá rumorosa e infinita ai nostri piedi, ma la funzione “fotocamera” del nostro smartphone.

Poi, Daniel Kahneman – mentre ubriaca cercavo uno sguardo altrove – mi é venuto in soccorso.

Chi fotografa non considera la scena un momento da assaporare, ma un ricordo futuro da costruire. A volte le fotografie sono utili al sé mnemonico. Anche se non le guardiamo quasi mai così a lungo o di frequente come avremmo pensato, e anche se in alcuni casi non le guardiamo proprio mai; ma non è detto che fotografare sia il modo migliore, per il sé esperienziale di un turista, di godersi il panorama.

Perché non metti via la macchina fotografica e non ti godi l’attimo, anche se magari non é memorabile?

(Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci).

Annunci
Nel mondo realmente rovesciato, il vero è monumento del falso. — marzo 10, 2012

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è monumento del falso.

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Non sono io l’autrice di questa spietata sentenza. Lo dico subito.

Questa frase è di Guy Debord ed è del 1967. MILLE-NOVECENTO-SESSANTA-SETTE. Si trova al punto 9 del famoso libro “La società dello spettacolo”. Famoso, ma dimenticato.

Se solo non lo avessimo ignorato questo libro! Se ci fossimo allertati, se fossimo stati sul chi-va-là vigili e diffidenti, io forse ora non mi troverei a sentire uno straniamento nauseabondo semplicemente nel passeggiare la sera in una località turistica bellissima, perfetta e accogliente.

Tutto è luccicante, patinato, leccato. Falso. Perverso e spietato.

Passeggio in un paese vero in cui tutto è talmente curato, da farmi sentire dentro un mondo di favola. Come un villaggio Valtur, vale a dire, un villaggio finto. Un villaggio finto è un insieme di casette e piazzette costruite per farti sembrare di essere dentro un paese vero. Come un outlet, dove casette pulite riproducono la piazzetta della cittadina di provincia, ma essendo una piazzetta finta, tutto è perfetto.

Sarà questa la causa del mio citato straniamento nauseabondo? Per capirne la causa devo rileggere quella frase scritta nel 1967: Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Ma era il 1967. Nel frattempo ci siamo evoluti. E abbiamo fatto altre stupefacenti capriole. Di rovesciamento in rovesciamento siamo ormai equilibristi di tutto rispetto!

Oggi il vero è un monumento del falso che è una copia del vero. Il paese vero imita il villaggio finto che imita il paese vero. Dicono che piace ai turisti. Come quei fiori che devi toccare perché non sai se sono veri o finti e se poi scopri che sono veri dici: “Sono così belli che sembrano finti”. E viceversa, se scopri che sono finti, dici:”Sono cosi belli che sembrano veri.”

Per forza di cose ti viene la nausea. Ti gira la testa. Ti senti stranito. E tu, che passeggi dentro il villaggio, chi sei? Mi viene in mente un romanzo di Pennac, quello di un dittatore che aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia finché la copia della copia della copia era lontanissima dall’originale. Chi era quello vero? La copia finale o il modello iniziale?

Ecco, forse per questo mi sento stranita. Perché dentro questo monumento del falso si costruiscono scenografie, non paesaggi. Perché se mi muovo sempre più dentro immagini riprodotte di strade, di piazze, di paesi che imitano il falso che imitano il vero, nemmeno uno specchio potrà più dirmi, se quella riflessa sono io, quella vera, quella originale o solo una copia che imita una copia che imita una copia. E non vorrei trovarmi di punto in bianco a cercare la verità andando a grattare pezzi di cielo, con il terrore che cada un sipario e mi mostri, dall’altra parte, un mondo che non conosco e nel quale non esisto più. Quello vero.

(il disegno è G.B. Atak)
Peluche e pixel. — novembre 12, 2010

Peluche e pixel.

Sarebbe poetico pensare che tutto derivi solo da una suggestione del “Meraviglioso Mondo di Amelie”. Una figlia costringe il nano da giardino al giro del mondo per risvegliare il padre dal torpore dopo la morte della moglie. Sarebbe poetico pensare che i nostri peluche, come in Toy Story, possano prendere vita e viaggiare nel mondo. Sarebbe magico immaginarsi i loro pensieri di fronte alle scoperte nel mondo nella loro veste di viaggiatori.

Ma la poesia si perde nel delirio. La poesia sfuma nel business. La poesia diventa un prodotto marketing. Un’agenzia turistica, per soli 100 dollari, fa le foto al tuo pupazzo sotto alla Tour Eiffel, davanti al Louvre o lungo la Senna. Ci sono diverse opzioni: “la vera Parigi”, “il tour completo” , “Parigi indimenticabile”. Emozioni per il tuo orsachiotto, sia chiaro. Tu devi stare a casa e aspettare le foto. Da un lato ammiro la “genialità” dei tour operators delle bambole, dall’altro mi chiedo – lo ammetto – ma, perchè?

Già siamo ossessionati con le macchinette digitali, per cui non guardiamo più i luoghi se non attraverso il display e se il luogo non ci piace, lo ritocchiamo con photoshop. Qui andiamo oltre. Non abbiamo nemmeno il dovere di andare sul luogo. Ci mandiamo il nostro peluche. Lui è il fortunato. Noi  … siamo gli sfigati che devono poi sorbirsi le “foto della vacanza” . O forse siamo i fortunati che viaggiano senza correre rischi. Intanto a casa un foto con la Tour Eiffel ce l’abbiamo!

Peluche e Pixel

La scorsa estate, attraversando il meraviglioso Kinks Canyon nel Northern Territory australiano, due giovani ragazzine giapponesi si fermavano di continuo per fotografare Jojo, un minuscolo Teddy Bear, grande come una mano, di quelli che si comprano nei corner “Harrods” agli aereporti di tutto il mondo. Jojo era il vero protagonista. L’imponente Kings Canyon una semplice scenografia. A guardarle, le due ragazze giapponesi mi sembravano folli.

Ma ora forse tutto torna. Ora, a pensarci bene, mi viene il dubbio se le due stesse ragazzine fossero davvero due ragazzine.  Gonnellina e scarpette colorate, capelli lisci neri perfetti, sorriso cucito, come a un bambola di pezza, mimica da cartone animato, gestualità dei quiz giapponesi, e poche parole, qualche “ohhh” alla “teletabbies”, sospirato e corale. Forse le due ragazze erano già oltre. Un prodotto di alta tecnologia, la proiezione virtuale nel mondo reale di personaggi immaginari, le protagoniste di un manga buttate nel canyon. Insieme a Jojo. Il tour operator francese, a confronto, è un dilettante.

E da un appartemento di Tokyo, mi immagino, una ragazzina – vera –  che ride  felice,  e dall’iphone – colorato – segue la vacanza dei suoi pupazzi … di peluche e di pixel.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: