Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Ricetta della (mia) nonna: una spruzzata di profumo ogni mattina! — febbraio 6, 2012

Ricetta della (mia) nonna: una spruzzata di profumo ogni mattina!

Raramente uso questo blog per raccontare la famiglia. Non l’ho mai considerato uno spazio privato, sebbene sì, talvolta intimo.  Ma è proprio sulle corde emotive, intime che vorrei scrivere qualcosa oggi.

Non è un semplice biglietto d’auguri pubblico (mia nonna domani compie 97 anni). Non è nemmeno un sguardo nostalgico alla mia infanzia, anche se, confesso, quando settimana scorsa sono entrata nella provincia di Treviso con la mia macchina, guardando il paesaggio dei colli, leggendo i cartelli stradali, mi sembrava di sentire il profumo, quell’odore tipico che sentivo da piccola e che sentivo  solo nel Veneto.

Ho passato tante estati da quelle parti. Conegliano, Susegana, Segusino, Barbisano e poi ancora e Pieve di Soligo, Ponte della Priula … e il Barco. E l’odore era per me, piccola bambina sudtirolese, un odore “italiano”. L’odore di casa mia, della montagna,  era quello della neve che si scioglie sulla terra bagnata ad aprile. L’odore italiano era diverso, avvolgente e afoso, un odore caldo in un certo senso. Ma era anche l’odore dell’umidità delle case che si mescolava ai profumi di bollito di gallina o di castagne o di coniglio in umido e torta di mele, quella con le croste di zucchero fatta da zia Ada, quando mangiavamo tutti insieme. Ecco, poi c’era questa cosa del tutti insieme. Delle tavolate, spesso improvvisate con tavolini e sgabelli per farci stare tutti: cuginetti, zie, nonni. E poi era un parlare, tanto parlare, una voce sopra l’altra. Un abbassare però il tono e quasi sussurrare quando si diceva qualcosa che forse noi bambini non dovevamo sentire. Era la lingua veneta. Anche mia mamma parlava il veneto quando veniva qui. Era casa. Era famiglia. La famiglia di mia mamma, il lato “italiano” della mia infanzia.

Al centro di tutto questo c’era mia nonna, alla quale dedico questo post. A mia nonna che domani compie 97 anni.

Mia nonna che ci preparava le fettine di limone con lo zucchero per la merenda. Mia nonna che mi cuciva gonne bellissime. Ne ricordo una blu a portafoglio che quando giravo si apriva come una campana. Mia nonna che con le vecchie calze aveva riempito le nostre stanze di bellissime bambole dalle gambe lunghe e gli occhi erano fiorellini tagliati da scampoli di stoffe fiorite. Mia nonna che mi aveva portato all’Upim e a me sembrava di essere in America, quanto era bello e pieno di cose colorate. Mia nonna che faceva la spesa al PAM. Da noi non c’erano questi supermercati, non ancora. Mia nonna che aveva un vero laboratorio con bottoni, fili, macchina da cucire, spilli, aghi. E che mi aveva insegnato il punto e croce. Mia nonna che mi ascoltava mentre facevo esercizi di lettura e leggevo Cappuccetto Rosso e quando non riuscivo a leggere una parola, lei la indovinava sempre e mi chiedevo come facesse ad essere così brava.

Mia nonna che mi accarezzava con le sue mani ruvide, ma che proprio quel ruvido a me piaceva, perché era lei, erano le sue mani.

Mia nonna, che suo malgrado mi ha iniziato alla scrittura. Lei è una narratrice orale. Racconta, e lo fa ancora, tante storie dei tempi passati e insieme le abbiamo raccolte. Abbiamo scritto il libro del Barco, i suoi ricordi di infanzia, di ragazzina, di madre e la sua avventura a Vinadio …

Ma oggi, ecco, vorrei andare oltre i ricordi. Ognuno di noi li ha. Ognuno di noi porta nel cuore immagini, profumi, sapori, frasi sentite nella propria infanzia. Oggi vorrei fare una cosa diversa.

Mia nonna ha fatto due guerre. Quattro figli. Infiniti traslochi. E in tutto questo ha mantenuto intatto un approccio alla vita, al quale solo ora, in età adulta, guardo come ad un insegnamento. Raggiungere i 97 anni ed essere ancora curiosa e avere ancora voglia di fare cose nuove (come la cyclette moderna), non é da tutti. Tenere insieme i fili dei nipoti, cresciuti e dispersi ormai in giro per l’Italia, costa fatica, ma lei lo fa e non è qualcosa che fa bene solo a lei, ma anche a noi, cugini, che ci vediamo sempre meno, ma sappiamo cosa fanno gli altri perché è lei a raccontarcelo. Ogni volta che passo a salutarla, se c’è qualche novità vengo sempre aggiornata!

Oggi , noi cugini, siamo tutti adulti. Nella nostra vita abbiamo passato tutti momenti difficili. Fa parte della vita. Ed è in questi momenti che ho imparato a guardare a lei, non semplicemente come alla nonna che mi cuciva gonne bellissime,  ma anche alla donna che nella sua vita ha saputo vedere sempre e solo il lato bello delle cose. Questa è stata ed è la sua forza. Mia nonna non vive di rimpianti. Non guarda al passato come ad un età dell’oro. Non potrebbe, perché nemmeno per lei è stato sempre facile. È concreta. Vive il presente e si proietta sul futuro. Lo ha sempre fatto. Ha sempre saputo rinnovarsi, ritrovare nuovi stimoli, riempire la sua vita di un senso, che potrei sintetizzare in modo, spero non banale, con una parola forte: amore. L’amore per i figli, i nipoti e i figli dei nipoti. L’amore per le cose belle. L’amore anche per sè stessa. Perché avere 97 anni non significa non mettersi  ogni giorno il profumo, il foulard di seta e il pullover bello, possibilmente azzurro e luminoso.

Quindi, si. La propria storia familiare, la mia storia familiare è anche questo. Non solo i ricordi, ma anche le lezioni imparate. Un tempo si guardava agli anziani con rispetto, in quanto detentori di una saggezza ancora debole e confusa nei più giovani.  Oggi ci si dimentica del fatto che i nostri nonni hanno fatto due guerre. Hanno cresciuto figli, magari sfollati, con poco cibo. E le donne, poi, a farsi carico dei pesi della famiglia in silenzio. Un tempo alla donna non era richiesto che anche lei fosse felice. Il sangue di queste donne scorre nelle nostre vene. E saperlo è importante.  Una traccia di quella forza c’è e dobbiamo trovarla in noi e custodirla.

Io da mia nonna ho imparato questo: non vale la pena struggersi in nostalgie o rimpianti o rancori. Noi viviamo adesso ed è il nostro futuro che possiamo plasmare. Il passato è già scritto e non si cambia. E la vita, circondati che da chi ci ama e chi amiamo, vale la pena viverla con il sorriso e una spruzzata di profumo. Ogni mattina, ogni giorno!

Ecco, nonna, questo è quello che ho imparato da te! E questo è il biglietto di auguri per i tuoi novantasette anni. Novantasette, nonna! Pensa che forza! Che gioia!

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Coincidenza forzata, qui e per sempre — ottobre 14, 2011

Coincidenza forzata, qui e per sempre

Nel linguaggio scientifico una coincidenza avviene quando due raggi di luce colpiscono una superficie nello stesso tempo e nello stesso punto. La parola deriva dal latino com (con) e incidere (cader sopra o dentro): cadere sopra insieme.

Affinché, anche al di fuori dal mondo della scienza, una coincidenza sia tale, deve accadere nello stesso tempo, dicono i dizionari. E nello stesso spazio. Quante volte perdiamo la coincidenza, perché ahimè il treno che dobbiamo prendere non si trova più nella stessa stazione (ovvero spazio) del treno con il quale stiamo arrivando?

Quanto possa essere dilatato il tempo non è specificato. Non so quindi se ciò che ho incontrato sia frutto di una coincidenza. O se piuttosto abbia forzatamente voluto io vederci una coincidenza, quando in realtà si tratta di materia depositata dentro di me, che mi ha reso sensibile a essere attratta, trovare, cercare altra materia simile.

Forse, se non avessi visto qualcosa prima, quel qualcos’altro che ho visto dopo, non mi avrebbe portato ad unire le due cose. Forse non me ne sarei nemmeno accorta. Forse non mi sarei sentita chiamare.

La coincidenza, infatti, sarebbe certamente data se queste due, chiamiamole, cose che ho visto si fossero presentate a me contemporaneamente. Lo spazio non ci sono dubbi, è lo stesso: sono io lo spazio in quanto ricettore. Il tempo, invece, è dilatato, di alcuni mesi. Eppure …

Un busillis? Forse, ma ora mi spiego.

Entro in libreria per comprare un libro di cucina. E giro, come sempre, tra gli scaffali, alla ricerca di qualche romanzo. Mi fermo però, fatto inusuale per me, davanti al settore “poesia”. E il mio sguardo cade direttamente su un libretto di Einaudi, bianco, di quelli che portano un testo poetico in copertina. Leggo la copertina. La rileggo e rimango imbambolata. Mi desto e vado al quarto di copertina, dove trovo le parole dell’autore: “Per chi scrive storie all’asciutto della prosa, l’azzardo dei versi è il mare aperto” dice e poi, “è che a cinquant’anni un uomo sente di doversi staccare dalla terraferma e andarsene al largo”.

Ed ecco la coincidenza. La materia nel mio mare. La scoperta piena di stupore. La riscoperta quasi, di cose già sentite e già viste. Non è il dato anagrafico che conta. Non è la prosa o la poesia. È il fatto di vivere questo mare come un navigante esploratore di fondali interiori. Ed è staccarsi dalla terraferma e non temere il largo. È usare linguaggi diversi. È non temere ma vivere e sognare. Immaginare, vedere e vivere.

E come in certe gole sottomarine, non vado oltre. Ma forzo il principio di coincidenza affiancando qui, nello stesso spazio e per sempre nello stesso tempo, i due azzardi di chi ha lasciato la terraferma per andarsene al largo.

Volti

Chi ha steso le braccia al largo

battendo le pinne dei piedi

gli occhi assorti nel buio respiro,

chi si è immerso nel fondo di pupilla

di una cernia intanata

dimenticando l’aria , chi ha legato

all’albero una tela e ha combinato

la rotta e la deriva, chi ha remato

in piedi a legni lunghi: questi sanno

che le acque hanno volti.

E sopra i volti affiorano

burrasche, bonacce, correnti

e il salto dei pesci che sognano il volo.

Foto: BlowUp Gallery Stock – Versi: Erri De Luca

Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente. — settembre 29, 2011

Noi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente.

Per pura coincidenza, in questi giorni che qualcuno ha nuovamente proposto di abolire il 25 aprile, ho un partigiano illustre che frulla nella mia mente. È da domenica, per la verità, che non riesco a liberarmene. Per la verità nemmeno ci provo. Mi piace averlo dentro di me e nei momenti di distrazione dalle mie faccende vederlo emergere, sentirlo. La voce calda ed energica e diretta. Gli occhiali grossi, la pipa in bocca, pantaloni alla zuava e un basco di velluto.

Si muove dentro di me, nella mia testa e lo ringrazio di esserci, anzi gli concedo di indugiare, chiedo alla mia mente di trattenerlo. Perché averlo così forte e nitido, sentirlo e vederlo mi dà un certo non so che. Una nuova energia. Una forza positiva. Una voglia di rinascita e rivincita che fa tanto fatica a rimanere a galla di questi tempi, in questa Italia alla deriva, persa e infangata, svuotata di sé stessa.

E mi chiedo, ma che fine ha fatto? Non lui, no di certo. Lui è sepolto, a malapena ricordato, inciso probabilmente su qualche lapide a dare il nome ad una strada, una piazza, una ferrata, un rifugio. No, io mi chiedo che fino ha fatto quell’energia? Quell’onda dirompente, quella  schiettezza, quel rompere i protocolli, quella genuinità, quel chiamare le cose con il proprio nome, il nome vero, puro, autentico. Quell’esigere sempre e solo la verità e chiamarla, la verità. Con parole trasparenti e chiare. Dando alle cose, e quindi alle azioni,  il nome esatto senza sotterfugi.

E mi chiedo, soprattutto, che fine abbiamo fatto noi? I bambini che hanno vissuto Sandro Pertini presidente della Repubblica. È solo una mia fissazione? Solo perché lui veniva in Val Gardena in vacanza? Siamo solo noi, quelli che lo vedevano arrivare in valle e lo salutavano felici lungo la strada, che ancora oggi lo ricordano? Noi che organizzavamo la festa degli alberi per lui, nel bosco, a piantare un alberello ciascuno e cantare canzoni sulla natura per poi godersi la pagnotta con il prosciutto cotto e l’aranciata?

Che bambini eravamo? Figli di genitori nati e vissuti durante la seconda guerra mondiale. Nipoti di nonni che di guerre ne hanno vissute due. Bambini cresciuti negli anni delle bombe e del terrorismo. Anche se ero piccola e vivevo in una valle periferica di montagna, quegli anni sono incisi nella mia memoria. Li abbiamo vissuti anche noi, anche da lassù, isole periferiche immerse nella natura, protetti da un’infanzia immersa in un paesaggio idilliaco.

Ero dentro quell’epoca anch’io. Ricordo la mattina che sono andata a prendere mia cugina per andare a scuola e la prima cosa che le ho detto, appena mi ha aperto la porta, è stato: “Hanno ucciso Aldo Moro” Ricordo quella sera che mia madre, tornata dal lavoro, a mio padre, che l’aspettava sull’uscio di casa, ha detto: “C’e stata una strage”. E ricordo mio padre sbiancare e fare un passo indietro. Era il due agosto 1980. Ricordo che giocavamo al teatro radiofonico, tra cugini. Sulle cassette registravamo storie. Non storie qualsiasi. Storie di violenza, come la bomba ad un concerto. Quanto ci divertivamo a simulare il rumore della bomba sbattendo giornali sul tavolo e urlando come pazzi! E poi le indagini. La polizia. Le tracce non chiare. Questi erano i giochi che facevamo, in un casa immersa nel cuore delle Dolomiti.

E poi c’era l’arrivo di Pertini. Mia madre che impazziva, perché mio fratello ed io, appena entrava in parcheggio per parcheggiare, aprivamo le portiere come le guardie del corpo del presidente, prima ancora che la macchina fosse ferma. Oppure camminavamo con le spalle al muro controllando ogni angolo, come a fare l’ispezione, la bonifica,  prima del suo arrivo. Mio cugino era il più invidiato, perché aveva addirittura un auricolare bianco come quello dei poliziotti. Ricordo la crisi di governo nell’albergo davanti a casa mia. Centinaia di persone, polizia, fotografi e giornalisti. E Spadolini scendere le scale, con lui, il presidente  Sandro Pertini.

Fatti della vita di un paese che arrivavano fino a noi, bambini di montagna. Bambini che necessariamente acquisivano una consapevolezza, prematura forse, sui conflitti, la violenza, la politica e sì, anche sulla vita civile e sulla tragedia. Bambini protetti, certamente, ma a contatto e informati su ciò che accadeva nella propria nazione.

Ma pur sempre bambini. Consapevoli ma ingenui. Che quando arrivava Pertini in Val Gardena gli elicotteri che lo anticipavano erano come fuochi d’artificio per noi. Uno spettacolo. La gioia pura. E la colonna di macchine. I posti di blocco. E lui, il presidente, che salutava tutti, rideva. Camminava in mezzo ai turisti che lo volevano toccare e lui si concedeva con un sorriso immenso a questi bagni di folla. Non era semplicemente un saluto al presidente della Repubblica. Era una collettiva dimostrazione di affetto alla quale lui rispondeva con altrettanto affetto.

Ma ve lo ricordate nei discorsi di Capodanno? Io ero piccola, eppure ricordo quella sedia, senza un tavolo davanti, come se fosse seduto insieme a noi, nel nostro salotto. Quel parlare a braccio, energico, diretto. Quell’essere parte della famiglia.

Mi chiedo: lo ricordo così solo perché ero una bambina di Selva di Val Gardena? O perché mi ha detto che ero elegante una volta che ha mangiato speck a casa mia? Perché mi ha accarezzato? Davvero la forza di questo uomo straordinario mi contagia ancora oggi solo per una mia esperienza? Che poi, confesso, io stessa lo avevo relegato ad un angolo della mia memoria…

Domenica scorsa ho visto un documentario sulla sua vita. Improvvisamente era di nuovo qui. Con quella camminata spedita. La voce forte. Senza peli sulla lingua.

Non è nostalgia la mia. Non è malinconia. Non è nemmeno un misto di pessimismo e sconforto perché uomini così non ce ne sono più. Ed erano rari anche allora.

No, è diversa la spinta che mi porta a scrivere, in modo soggettivo e forse emotivo, di Sandro Pertini.

La sua vita non è banalmente esemplare. È molto di più. È un modello etico cui tutti dovremmo tendere. E soprattutto è parte della storia di questo paese.

Sono uomini così che andrebbero raccontati. Di continuo, senza stufarsi mai di farlo.

Noi per primi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente, dovremmo non dimenticarlo. E dovremmo raccontarlo.

Dovremmo essergli grati per ciò che ha trasmesso a tutti noi. Dovremmo insegnarlo nelle scuole. Raccontarlo ai nostri figli. Dovremmo dargli vita, ogni giorno. Perché se c’è qualcosa da ricostruire in questa sciagurata Italia, è da uomini come Sandro Pertini che si dovrebbe partire.

E dunque, che ne è oggi dei bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente? Una è qui. Contenta di averlo ritrovato e aver condiviso il suo ritorno. Rinforzata nella spinta a non cedere mai. Mai al pessimismo, mai al disfattismo.

È un dovere, questo, e una questione di rispetto. Il rispetto per chi in modo assoluto e senza compromessi ha sempre rispettato noi, bambini, uomini, donne, cittadini.

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