Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Voglio il passaporto tedesco # 2 — aprile 4, 2011

Voglio il passaporto tedesco # 2

Ho passato recentemente una fine settimana in Baviera: Ammersee e una breve gita a Monaco di Baviera. Sarà stato il sole quasi estivo, saranno state le tante persone in coda a comprarsi un gelato, sarà stata l’allegria della primavera finalmente arrivata, fatto sta che sono tornata in Italia con un misto di ingenua e stupefatta euforia per quello che avevo visto e di frustrazione per quello che tornando a casa avrei ritrovato.

La stupefazione è scattata quando sono arrivata alle sponde del fiume, la Isar, che attraversa la città. Monaco città accoglie circa 1,5  milioni di abitanti. Oggi è la terza più grande città in Germania. Se si aggiunge l’hinterland si raggiungono i 2,5 milioni. Certo dall’esterno il nuovo sembra sempre più bello. Certo il sole rendeva tutto più luminoso. E certo, forse dietro le immagini bucoliche della periferia fatta di villette, giardini, ciclabili, bambini che si muovono da soli senza presenza di adulti su bici, pattini, monopattini… forse dietro tutto questo si nasconde, come ovunque, una realtà diversa, fatta di conflitti, di esisetnze recitate, di vita presunta felice.

Non voglio approfondire questo aspetto. Rimango in superficie, coscientemente in superficie, e mi limito a constatare che Monaco, la terza maggiore città della Germania, ha predisposto un piano di risanamento del fiume che l’attraversa, piano messo in piedi con un costante coinvolgimento dei cittadini e delle varie associazioni, al punto che nella mia passeggiata domenicale ho potuto vedere centinaia di persone in centro città, sdraiate al sole sulle sponde del fiume con sporadici  temerari tuffatori alla ricerca di frescura. Sia chiaro, temerari non per il possibile livello di inquinamento del fiume, ma per la sua temperatura. E’ pur sempre aprile e l’acqua scende dai ghiacciai.

Renaturierung, la chiamano. Rinaturalizzazione del fiume. Talmente efficace che pure i bambini possono, in pieno centro città, e mi ripeto, nella terza maggiore città della Germania, sguazzare nell’acqua trasparente.

Il piano di rinaturalizzazione è spiegato nel dettaglio qui.

Scopro, poi oggi per caso, che evidentemente non sono  l’unica a desiderare il passaporto tedesco. O perlomeno, a guardare alla Germania con uno sguardo nuovo. Secondo uno studio della BBC, infatti,  i tedeschi oggi sono … i più amati. Loro, i tedeschi,  ci credono poco e hanno subito cercato di dissuadere (leggi qui) da eccessi di entusiasmo.

Poco importa. Per noi poveri italiani, un fiume rinaturalizzato ad uso (gratuito) dei cittadini nel centro di una città rimane semplicemente un sogno, una fantasticheria.

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I have something for electricity! — maggio 9, 2010

I have something for electricity!

Oggi, dopo parecchio tempo, sono andata in bici a Gaggiano seguendo il Naviglio. Ahimè, non con la bici da corsa, ma con la city bike. Ma forse è stato meglio così.

Anni fa ci andavo spesso, con acqua, frutta e macchina fotografica. Mi incuriosva il confine confuso tra la megalopoli e la campagna. Si passa sotto l’autostrada, in mezzo a capannoni, vicino agli orti dei pensionati, tra cascine abbandonate, cascine ristrutturate e su un lato, sempre lui, il Naviglio.

Fotografavo l’acqua, i riflessi, le cascine, ma soprattutto fotografavo i fili della luce ed i tralicci.

I have something for elecrticity!

Mi piacciono i fili all’infinto, mi piacciono i tralicci  che segnano il paesaggio, mi piacciono gli effetti in controluce. Mi sembra che esprimano il “buttarsi nel mondo”. Vedi questi fili che partono da piccole centrali e pensi: poi entrano nelle case, portano la vita, sentono cosa accade dentro le mura, e poi continuano e saltano in un altra casa e poi via, via, fuori dal paese, di nuovo nella campagna, lungo le strade, verso altra vita, altri mondi. Se si guardano i tralicci nel loro avanzare, tenuti insieme da fili morbidi e oscillanti, sembrano cavallette giganti, eserciti robotici che saltano e si distribuiscono ovunque, legati tra loro come in una gigantesca ragnatela.

Lungo questa ciclabile, in particolare, mi fermavo sempre ad una piccola centrale elettrica, subito fuori Milano: un edificio rettangolare, razionale, una fontana altrettanto rigorosa, due pini enormi meravigliosi e quattro splendidi tralicci. Splendidi perchè al di qua del Naviglio, dentro il recinto di questa piccola centrale, erano il punto di partenza per la corrente inviata ai paesi vicini. Come quattro soldati, in linea, dalla loro testa partivano i fili, che sorvolavano perpendicolarmente  il Naviglio, e al di là della strada e dell’acqua si sorreggevano brevemente ad altri tralicci, più delicati, più deboli per poi  perdersi nella campagna. Oltre alla bellezza di queste simmetrie, ciò che dava loro vita era che ognuno di questi pali elettrici aveva inciso sulla sua fronte  il nome del paese che i suoi  fili avrebbero raggiunto. Forse non me ne sarei mai accorta, se non lo avessi letto sulla mia guida di biciturismo intorno a Milano. Mi fermavo sempre e immaginavo i salti, il volo, il percorso, le cose intorno a quei fili verso  paesi, verso quei precisi paesi incisi nel cemento. Quasi li sentivo: “zzz zzz”…

Ora le cose sono cambiate. Il primo collegamento con la centrale avviene sotto terra e la corrente parte aldilà del Naviglio. Dentro la centrale ci sono ancora i due pini, c’è la fontana, ma non ci sono più i pali con incisi i nomi dei paesi.

Sconosolata oggi li ho cercati e mi sono detta: potevano lasciarli, come …  “monumento”. Quanto anonimi sono quei quattro tralicci aldilà della strada, rispetto ai miei bei pali elettrici con il nome inciso in fronte?

In una megalopoli che avanza in modo strisciante, pensare che quei quattro pali possano essere stati frantumati, mi mette malinconia. Preferisco immaginarmeli impettiti dentro il Museo dell’Elettricità, orgogliosi di essere divenuti parte di una storia, con il loro tatuaggio scolpito in modo chiaro sulla loro testa.

(il mio album elettrico – scan da analogica – si trova qui)

Perchè comprarsi una palma di plastica, quando ne puoi avere una vera? — aprile 5, 2010

Perchè comprarsi una palma di plastica, quando ne puoi avere una vera?

Confesso che questa domanda me la sono fatta…, ma l’ho anche scacciata immediatamente.

La giornata era troppo bella, il paesaggio troppo intenso per perdermi di nuovo in brutture paesaggistiche.

Il sole splendeva con intensità, nessuna nuvola lo disturbava. Il vento, a tratti freddo e forte, teneva il cielo pulito. Ho deciso allora di precorrere il Chemin des Douaniers, detto anche “sentiero litorale”, una sorta di accesso al mare siglato da una legge del 1976, che si è ispirata al Codice Napoleonico. Le ville, infatti, costruite a picco sugli scogli si mangerebbero tutto ed impedirebbero alla popolazione di accedere alle spiagge.

Il sentiero è consigliato dalla guida turistica, che però omette di segnalare che spesso è interrotto, senza previa segnaletica. Più volte mi sono trovata con i piedi sul principizio, e sono dovuta tornare indietro.

Ma in fondo, non importa. Un sali e scendi continuo (ottimo per cosce e glutei), scale, scogli, salti, calette, spiagge … I miei polmoni si sono riempiti di aria di mare. La mia pelle pallida e spenta si è leggermente colorita con il sole intenso. I miei occhi hanno mangiato con avidità un paesaggio stupendo. Dalla visuale di Google Earth sembro nel centro del paese …

… ma da quel sentiero, angusto e sgangherato, davanti a me ho visto solo la pace, la meraviglia del mare, la bellezza.

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