Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Balotelli e i contesti sconosciuti — giugno 29, 2012

Balotelli e i contesti sconosciuti

“Nessun contesto, niente senso” scrive Annamaria Testa in un bellissimo libro sulla comunicazione. E aggiunge: “Ma di conseguenza: un contesto, un senso. Due contesti possibili, due sensi possibili…”

Beh, può sembrare folle, ma grazie a Mario Balotelli ho avuto modo di sperimentare questa affermazione.

Questo è il corto circuito di contesti e sensi (e di emozioni) che ho sperimentato oggi.

Sono per strada al telefono con la mia mamma. Sto andando a fare la spesa. Commentiamo la partita di ieri. Lei, da “mamma”, mi racconta con trasporto affettivo la biografia del nostro super Mario. I genitori, l’abbandono, l’adozione, il rapporto con i fratelli …

Io invece, più distaccata, dico, al telefono, che l’ho sempre trovato aggressivo e non mi è mai piaciuto molto, ma che poi, in fondo ha 21 anni e certi eccessi forse vanno compresi in questo senso. Le racconto di quando veniva insultato. Le commento con entusiasmo quel goal, il secondo,  e quel togliersi la maglietta (non c’è dubbio: un bel vedere), e lo paragono, lì in mezzo al campo di gioco a un guerriero masai, e mentre lo dico penso a certe immagini, a certe  scultore …

Mia madre insiste sulla parte affettiva, io sul fatto che in molti quando entrava nello stadio lo insultavano e poi chiudo dicendo: “Pensa, ora l’Italia ha un eroe nero”.

Non faccio in tempo a finire la frase che una donna (nera) mi sfiora e mi dice: “Ma robe da matti!”, e poi si allontana visibilmente contrariata. Io, continuando a tenere il telefono in mano, le vado dietro, le dico,

–          No guardi mi ha frainteso …

–          L’ho sentita benissimo!

–          Si ma lo dicevo in senso ironico, che l’Italia della Lega e l’Italia razzista ha un eroe nero nella nazionale …

–          Si, si! L’ho sentita! Lei ha detto che era aggressivo e antipatico!

–          Si ma, … non era inteso in senso discriminatorio …

–          Ho chiamato anche mio marito per dirlo, robe da matti!

–          Insisto, mi ha frainteso signora, mi creda…

–          Ho sentito benissimo. E non mi segua!!!

Non mi ero accorta che la seguivo mentre lei si allontanava indignata. La lascio. Le dico ancora un “Mi dispiace …”, e riposiziono il telefono all’orecchio e sento mia madre che non ha smesso di parlare per tutto il tempo, che a distanza ha partecipato alla discussione, difendendo Balotelli e la sua povera figlia. Ma ecco, mia madre pensava che fosse stata una donna bianca a aggredirmi “Perchè quando parli, forse sembri straniera”.

Straniera? Io? Magari tedesca e dunque sconfitta dal risultato di ieri. “Ma se era una donna nera”, le dico. “Ah, pensavo fosse bianca!”

Metto giù, un po’ agitata, lo confesso. Vado a bermi un caffè. E mi chiedo: “Ma forse io sono razzista? Ma forse io ho detto qualcosa che ha ferito questa donna? Ma forse davvero di Balotelli si parla in modo diverso perché è nero? Se fosse stato bianco hai avrei usato parole diverse?” Mi sento mortificata. Ma poi …

Poi  però mi arrabbio pure con lei, la signora che non mi ha voluto ascoltare. Perché dire “è aggressivo” non significa dire “è uno sporco negro”. Insomma, quando una persona è maleducata, è maleducata. Ed è vero che per molti italiani un nero in squadra è un problema. Ma i cori razzisti non provengono dalla mia bocca. E allora penso che forse questo è un razzismo all’incontrario, che siccome è nero non si può dire nulla.

E poi. Poi mi viene in mente il libro di Annamaria Testa. E mi rilasso. E penso ai contesti:

“Due contesti possibili, due sensi possibili.”

Il mio contesto era quello di una chiacchiera con la mamma (che la signora non sentiva) e di una nota ironica conto l’Italia razzista incapace di attivare serie politiche di immigrazione. Il contesto della signora non lo conosco, ma posso intuire che ci sia latente, se non esplicita, una costante discriminazione e dunque qualsiasi cosa detta ferisce. Magari, poi, è una persona con poco senso dell’ironia, o forse, non sentendo le parole di mia madre, le mancava un pezzo della conversazione per inquadrare i miei commenti.

E infine, il contesto di mia madre, è quello di immaginarsi sua figlia aggredita da una donna italiana bianca a causa della sua “R” un po’ tedesca. Eh, si perché poi, c’è magari chi pensa che io tifassi Germania ieri per la mia “R” tedesca, che però è ladina e semmai se proprio avessi dovuto tifare contro l’Italia, avrei dovuto tifare lo Stato del Tirolo. Cosa che non avrei fatto comunque e questo lo dico solo perché il mio contesto sia chiaro: sudtirolese con “R” ladina che tifa Italia, che aborre il razzismo.

Insomma, un bel corto circuito tra contesti estranei!

Mi spiace per quella donna, lo ammetto, perché io probabilmente, andrò a arricchire le statistiche dentro il suo contesto in fatto di discriminazioni. Verrò portata come esempio negativo. E questo mi ferisce.

Annamaria Testa scrive: “A rigor di logica, in assenza di contesto è perfino impossibile distinguere informazione da rumore.” E questo ora mi è chiaro, chiarissimo.

Un’altra cosa ora mi è chiara: mai chiacchierare per strada senza guardarsi intorno.  Il rischio è di prendersi una sberla, da chi sente “fischi”, mentre voi avete detto “fiaschi”.

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Se Sostenibilità fosse una persona, sarebbe un guastafeste … — maggio 6, 2012

Se Sostenibilità fosse una persona, sarebbe un guastafeste …

Il suo cugino tedesco, invece …

Forse dipende davvero tutto dai punti di vista. Se stai di qua o di là, le parole cambiano. Mi spiego: Caporetto per noi è divenuto sinonimo di sconfitta, di sconfitta pesante e che brucia. Ma per i vincitori di quella battaglia posso immaginare, Caporetto avrà un senso ben diverso!

Ricordo una mia compagna di università che si divertiva a ricordarci che le invasione barbariche in Germania si chiamano “migrazioni di popoli”: Völkerwanderungen. Da noi, giustamente, violenza, paura, orrore …. Di là popoli in viaggio alla ricerca di una nuova casa.

Lo stesso fatto assume fin dalla sua denominazione significati diversi. È curioso, ma ciò accade anche oggi, nell’era del globish e dell’appiattimento lessicale.

Ecco un esempio.

Sostenibilità

In questa parola ci sono incappata per una ricerca di lavoro e mi ci sono fermata un po’, perché confesso che l’unione tra la parola “sostenibilità” e ciò che essa esprime non mi ha convinto. Wikipedia definisce la sostenibilità come la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente. In parole semplici vuol dire che in un dato processo si attivano dei meccanismi per cui ciò che si realizza non decada.

Ecco, io trovo che “sostenibilità” non sia la parola giusta per dire tutto questo. Addirittura trovo che contenga un qualcosa di negativo, un freno, una nota pessimista, l’atteggiamento del classico guastafeste. Se fosse una persona sarebbe uno di quei tipi che stanno lì con la puzzetta sotto il naso a dire “no qui, no là, forse è meglio rinunciare, uff, che fatica …” Insomma il signor Sostenibilità non sarebbe di certo un piacevole compagno di viaggio.

Per spiegarmi questa antipatia sono andata a caccia di etimi. Ho trovato, con mia sorpresa, che il dizionario on-line della Treccani nemmeno riporta il sostantivo, ma solo l’aggettivo: sostenibile.

L’origine è latina: da sustĭnēre, vale a dire “tenere in alto”. Poi, la Treccani porta una serie di esempi e di usi del verbo: le colonne che sostengono i palazzi, le persone che sostengono opinioni, il bon ton che sostiene il decoro della famiglia, ma anche un manager che sostiene una carica, e infine i navigatori che sostengono il mare senza venirne sopraffatti … L’aggettivo, per estensione, significa “compatibile con le esigenze di salvaguardia delle risorse ambientali” da cui la sostenibilità.

Ecco spiegato il mio disagio. È una parola faticosa che mi dice che adesso devo reggere un peso, una fatica per salvaguardare un futuro.

Mi pone a priori dei limiti, alza paletti invece che mostrarmi prospettive.

Ripensando alla mia amica e alle migrazioni barbariche e decido di fare un viaggio all’estero per capire se magari oltreconfine vi sono altri punti di vista.

L’ambasciator Legacy

Mi fermo in terra inglese e trovo qui e là la parola legacy, che per noi italiani suona un po’ come legare, quindi penso: forse significa legare azioni presenti ad un futuro migliore. Il primo significato è “eredità” e per estensione “qualcosa lasciato da un predecessore”. Scavo nel passato e trovo l’origine è latina, da de-legare, ovvero delegato, cioè ambasciatore. L’ambasciatore che porta qualcosa. Il termine in realtà è legato all’informatica, ma viene usato sempre più nei progetti a lungo termine legati a grandi eventi. Scopro però con dispiacere che anche gli inglesi usano la cugina “sustainability” e dunque siamo da capo.

Le parole dei barbari

Decido allora con coraggio di andare nella terra dei barbari, la terra dei sostantivi lunghissimi, la terra in qui il guanto si chiama “Handschuh”, ovvero: scarpa per la mano. Barbari, non c’è dubbio, ma barbari precisissimi!

Bene! Per dire sostenibilità in Germania dicono “Nachhaltigkeit”. Difficile da pronunciare, mi rendo conto, ma semplicissima e intuitiva. Ognuno che parli tedesco ne comprende subito il senso.

Nach significa dopo.

Haltigkeit deriva da halten, tenere.

Scopro, inoltre, che nach è di derivazione indogermanica (nek) e significa: raggiungere, ottenere.

Eureka, mi dico!

Nulla a che fare con la pesantezza del tenere qualcosa sopra di sé. Qui si tiene qualcosa per raggiungere … La definizione che trovo poi è quasi un sogno: utilizzo di un sistema rinnovabile in modo tale che possa mantenere intatte le caratteristiche e si possa rigenerare in modo naturale. Sebbene applicata all’ambiente questa impronunciabile parola si estende ad ogni possibile sistema: sociale, culturale, organizzativo … È la stessa definizione di sostenibilità, ma in movimento, in avanti, con parole vitali quali “rigenerare”! A questo punto non posso non chiedermi: non è che di là la Nachhaltigkeit abbia maggiore successo rispetto alla nostra sostenibilità, perché di là la parola evoca futuro e di qua peso? La storia di questo concetto, poi, è intrigante:

1713: compare per la prima volta il concetto di “Nachhaltigkeit” in un testo di Carl von Carlovitz legato alla conservazione dei boschi

1973: Nel Club of Rome compare con forza l’inglese “sustainable” a proposito di stato di equilibri globali

1980: “sustainable” compare nel documento di “World Conservation Strategy” (ONU)

Fino al 1987 il termine inglese è comunque poco usato e semmai solo in ambito forestale e s’impone solo nel tentativo di offrire una traduzione al tedesco “Nachhaltigkeit”. La parole è nata in Germania! Dai barbari.

Noi italiani abbiamo deciso di acquisire quella inglese che ha origine latina e così hanno fatto tutti i paesi romanzi. Allora, ecco la mia proposta. Dalla Germania abbiamo già preso alcune parole. Leitmotiv. O la bellissima Weltanschauung.

Perché non acquisire anche Nachhaltigkiet. Per la pronuncia, basta cliccare qui. Credo che ci aiuterebbe. Ci aiuterebbe davvero.

La gentilezza delle donne oppure: “Uomini, sapete dov’è la toilette per signore?” — luglio 5, 2011

La gentilezza delle donne oppure: “Uomini, sapete dov’è la toilette per signore?”

Come ogni giorno, quando vado a pranzo da mia madre, passo a salutare mia nonna. Ha 96 anni ed è una divoratrice di esperienze indirette raccontate dai nipoti. Purtroppo, da quando si ruppe la gamba alcuni anni fa, la sua mobilità è limitata. Ma per questo non rinuncia ai bigodini ogni giorno, né ad ascoltare la radio a volume altissimo, né a divorare le storie che noi nipoti le portiamo a casa. Un vero nutrimento per lei. Più delle medicine. Più della frutta o del bicchiere di vino che si concede a pranzo.

Ieri, come d’abitudine, sono passata da lei. Mi aspettava ansiosa perché il fine settimana ero stata a Bologna, alla scuola dei master dell’università, per parlare del mio mestiere. Voleva sapere tutto. Da come ero vestita a chi c’era. Da come era la villa in cui si tenevano le discussioni a quello che avevo detto io. Con passione le ho raccontato di tutto, magari soffermandomi di più su cose che so che a lei piace sentire. Ma soprattutto le ho raccontato ciò che ha colpito me. Le ho raccontato di aver conosciuto una donna che mi ha molto affascinato e che si occupa oggi di diversity. Con mia nonna, ovviamente, non ho usato questa parola, ma le ho spiegato che questa signora si studia l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro, soprattutto ai livelli più alti. Le ho raccontato che, mentre eravamo sedute nel giardino segreto della villa, questa signora mi ha elencato alcune statistiche che mi hanno sconsolato. Che anche negli Stati Uniti le cose non vanno tanto bene, le ho insomma detto che noi povere donne, senza quote rosa (nei confronti delle quali io ho sempre avuto dei dubbi) non ce la faremo mai. Mia nonna mi ascoltava concentrata, mentre io tutto questo glielo urlavo, per i suoi problemi di udito, e intanto, in piedi, amplificavo i miei racconti con le mani.

Oggi sono tornata da lei. Mi aspettava, seduta vicina alla radio, profumata per accogliere i miei baci. Prima ancora che io parlassi, mi ha preso le mani.

– Stefi, ho pensato a quello che mi hai detto. Quella signora lì, che ti diceva che le donne non hanno lavoro …

– Si, nonna, dimmi… ?

 – Devi dirle che le donne devono essere più gentili.

Avrei voluto abbracciare questa mia nonna di 96 anni che da ieri riflette sui miei racconti e mi aspetta per dirmi cosa pensa lei. E dolce come è lei, mi dice che è la gentilezza il grande segreto.

– Mio padre, ha continuato, mi ha insegnato il rispetto e la dignità.

– Nonna – urlo per farmi sentire – ma appunto è la dignità che non è rispettata!

E così si apre il dibattito. A parlare, lei del fatto che siamo noi a dover rispettare gli uomini, io a dirle che fin dalle origini, con la storia di Eva colpevole, siamo noi quelle in difetto. Lei a dirmi che però io sono una donna manager ed io quasi a difendermi per dirle che lo sono in quanto “erede”. Mia nonna, la mia dolce nonna, nata nel 1915, cresciuta ed educata in un’altra epoca, quando le donne non si sedevano al tavolo degli uomini, quando le donne servivano i loro uomini, fossero essi padri, mariti o figli. Mia nonna che mi dice che devo essere gentile, perché solo con la gentilezza le donne possono fare carriera. Mia nonna, che alla fine scuote la testa e dice:

– Insomma, allora tu la pensi così.

E tornando a casa pensavo a questa sua dolcezza, a questo suo credere che basti il sorriso e il rispetto. E pensavo a me, che sono cresciuta in un’epoca diversa e pensavo soprattutto al fatto che gli uomini non ci vogliono ai vertici. I motivi non li conosco, ma ecco il disagio c’é.

E pensando a tutto questo mi guardo un video che la “signora conosciuta a Bologna” mi ha citato. E scopro che siamo noi, anche noi, … a sbagliare. Scopro che le argomentazioni che ho portato a mia nonna sono esattamente il punto debole delle donne al lavoro. E che senza rendermi conto, dentro di me, (anche dentro di me!) è radicato quel pensiero, quell’atteggiamento che si esprime nella gentilezza.

È un bel video ed è stimolante. È un video TED di Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di facebook. Un video non solo per le donne. Ma anche per gli uomini, affinché, … per lo meno si preoccupino di sapere dove si trova la toilette per le signore.

Buona visione!

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