L’Ikea è un luogo malefico. Entri per comprare due sedie ed esci senza sedie, ma in compenso hai candele al profumo di sandalo, tovaglioli a righe colorate, vasetti di plastica che non userai mai, strofinacci vintage che si aggiungono alla montagna di quelli che hai già, portafotografie di misure impossibili, vasi per fiori che finiscono in cantina. Tutto è molto colorato, accattivante e mentre giri e rigiri tra le tue mani questi oggetti, scatta qualcosa nel cervello che ti dice che senza quel particolare mestolo non puoi cucinare, che è fondamentale per agguantare le polpette svedesi la cui ricetta naturalmente è in prima fila nel libro di ricette che hai cacciato nei sacchi stracolmi Ikea.

Perché l’Ikea è questo. Ti fa sognare di avere una casa Ikea, che ti piace molto, ma è la-tipica-casa-ikea e allo stesso tempo sei convinto di avere una casa unica, perche la TUA non è Ikea, è tua, diversa e originale. Un bel pasticcio di paradossi.

Potresti, ecco, non andare all’Ikea e cercare negozi che vendano le stesse cose, allo stesso prezzo, dislocati nei punti estremi della città. Potresti cioè ritornare a come si faceva una volta. Comprare i vasi nei negozi di vasi, i mestoli nei casalinghi, gli asciugamani nelle botteghe del bianco.

Qual è il punto? Vuoi spendere poco (o credere di spendere poco comprando il superfluo), vuoi ottimizzare i tempi, e vuoi lasciarti avvolgere dai colori e dalla creatività (non tua, ma non importa) e poi, l’hot dog con senape e ketchup nelle botteghe non te lo danno. E nemmeno la marmellata di mirtilli rossi.

Così anch’io, consapevole delle mie contraddizioni (anelare all’unicità ma non poter rinunciare al grande magazzino di massa svedese) oggi sono andata all’Ikea. Dovevo vedere i divani letto, valutare se c’erano dei tavoli interessanti e comprare varie cose necessarie. Necessarie per davvero.

Ero consapevole del rischio, ma l’ho affrontato a testa alta con un deterrente all’acquisto compulsivo che si è rivelato infallibile.

Ci sono andata con i mezzi pubblici!

Non di certo perché io sia così autodisciplinata e green e consapevole. No! È stata semplicemente una scelta forzata  perché non avevo la macchina. Ho preso un tram sotto casa, poi ho preso la metro che da Cimiano esce dal tunnel e striscia tra i palazzi dei dormitori milanesi per finire la sua corsa a Cologno Nord. Lì, puntuale e invitante mi aspettava la navetta Ikea. Con mia sorpresa era piena zeppa, ma non di clienti Ikea, bensì di ragazzini, mocciosi con i brufoli, che si dirigevano in massa a fare le vasche del sabato pomeriggio nel grande centro commerciale lì vicino.

In tutto, circa, 20 chilometri di viaggio.

Arrivata nel gigantesco magazzino giallo-blu, sono partita razionale e metodica. Ho caricato nel carrello due sacche gialle Ikea e le ho riempite tenendo conto del peso e dell’ingombro. Ho comprato: quattro cuscini (sottovuoto), un piumino (sottovuoto), una organizer per cassetti, quattro asciugamani grandi e quattro piccoli, un tappeto per il bagno, due tovaglie (una non necessaria, anch’io in fondo sono debole), quattro tovagliette per la colazione, carta per rivestire i cassetti, due set completi di lenzuola e federe, due lampadine per comodino.

Le sacche gialle erano strapiene, ma non ero preoccupata. Alla cassa ho preso le classiche sacche blu (gli esperti sanno che quelle gialle non si possono portare a casa) e il carrellino blu Ikea. Il cassiere, appena gli ho consegnato il ticket della navetta per il rimborso, mi ha mostrato tutti suoi denti in un meraviglioso sorriso. “Le posso fare lo sconto perché è venuta in autobus” e poi aggiunge: “Brava, anch’io sono eco”. Io lo guardo con un misto di sentirmi orgogliosa, sentirmi sfigata, perché i due pacchi sono enormi, sentirmi preoccupata, ora sì, perché “come cavolo farò in metropolitana?”.

Pago (lo sconto è del 2,5%) e vado al banco imballaggi. Qui, come dovessi partire per una spedizione, imballo, lego, copro, fisso con lo scotch il mio acquisto. Assetata e accaldata e sudata passo al banco food e mi prendo, attratta dalla lattina così ikea-style,  un succo di mele. Alla cassa, con borsa a tracolla, sacco blu su una spalla, carretto in un mano e lattina, inciampo verso la cassiera. Mi sgrida subito. “Metta le cose nel carrello, ma robe da matti, che poi si fa male!” “Ehh,- dico –non sono qui in macchina, questo è l’imballaggio perché vado con la navetta!” Intorno a noi si fa il silenzio. La signora mi fissa come se le avessi detto che sono una venusiana e che su Venere non esistono i carrelli della spesa. Sposta la testa indietro per guardarmi meglio, come se non avesse mai visto prima qualcuno che si presenta all’ikea senza macchina,  e poi, anche lei mi incoraggia: “Brava, così si fa. Giusto. Non bisogna inquinare!”  Di nuovo si mescolano dentro di me i sentimenti provati prima: orgoglio green macchiato però di preoccupazione e affanno.

Mi faccio forza ed esco. La navetta arriva dopo pochi minuti. Si riempie di nuovo di ragazzetti. C’è solo un cliente Ikea con una scopa in mano. Una scopa! Io ho circa 20 chili di roba. E la navetta Ikea non è fatta per i clienti, non è cioè una di quelle genialate customer friendly svedesi che ci piacciono tanto. È un normale bus e  quindi mi impiglio ovunque tra le poltrone e non so dove piazzare la mia merce. A Cologno Nord scendo incastrandomi di nuovo e poi mi faccio i trenta gradini in salita e i trenta in discesa della stazione del metrò, sudando, ma senza troppa fatica. La forza di volontà e l’orgoglio non mi fanno sentire dolore. Il vagone del metrò è vuoto, per fortuna. Scendo a Loreto, rifaccio scale in salita e in discesa e prendo la linea rossa. Per fortuna, di nuovo quasi vuota. Scendo a Porta Venezia e mi impiglio nei tornelli di uscita. La sciarpa mi scivola a penzoloni, la borsa cade dalla spalla, il carrellino blu si blocca. Una ragazza sudamericana mi guarda perplessa. È strano, questo si l’ho notato: quando trascini pacchi e sei in difficoltà la gente ti guarda strano. C’è un misto di pena e di curiosità, ma nessuno ti aiuta. Guardano. Io goffa, le sorrido e procedo per l’ultima coincidenza. Rifaccio le scale e piglio il tram numero 9.  È  strapieno. Salgo in coda dove è stipato di gente, di sacche, di borse e zaini. Simile tra i simili si direbbe. Ma sono l’unica bianca e quelle altre sacche sono la casa ambulante di gente diretta alla mensa dei francescani. Mi incastro tra un sedile e un altro e schiaccio un ragazzo filippino con la borsa. Lo guardo sconfortata, lui sorride, che non importa. Tanto sono solo cuscini, penso, ma a disagio. Sei fermate e scendo.

Un’ora esatta è durato il viaggio di ritorno.  Più o meno come in macchina, tra viaggio ed estenuante ricerca del parcheggio.

E arrivata  a casa, un po’ mi sento orgogliosa. Si, perché ho fatto  un viaggio e un acquisto eco!  Ma poi a pensarci bene, anche questa è un’altra ipocrisia, come quella del pretendere di essere unici in un mercato di massa.

E nemmeno Ikea, a quanto ha riportato Internazionale settimane fa , è tanto coerente tra l’immagine e la sostanza. Poco eco. E poco equo.

L’unico vero vantaggio l’ha avuto il mio portafoglio. In pullman all’Ikea si spende davvero meno. E perché no, anche la mia Pigrizia ha affrontato un bel match. Sono uscita dal bozzolo protettivo della mia macchina e mi sono mescolata, incastrata, ingarbugliata sfiorando altri bozzoli, altri colori, altre atmosfere, altre sacche, altre borse, altri occhi, altre stanchezze.  Altri problemi, che quello di rischiare di acquistare cose inutili nel colorato mondo Ikea.

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