Non esiste solo il lessico familiare. Esistono anche i tòpoi familiari, i luoghi che parlano.

In questi giorni, ogni volta che passo davanti a uno di essi, provo uno strana sensazione. È un angolo nel centro di Selva. In cima ad una scala, tre vetrine e una porta affacciata sulla statale e sulla nuova piazza di Selva. Di fronte c’è l’hotel Des Alpes, dove da piccola facevo scorpacciate di biscotti alle noccioline o di Schwarzwaldtorte. A fianco, il negozio di alimentari, dove, sempre da piccola, andavo dopo i pomeriggi passati al vicino parco giochi a rifocillarmi di rosetta con salame e Wurstsalat. Mi mangiavo di gusto la merenda seduta su una panchina, che allora si trovava davanti al negozio, davanti a quelle vetrine, a quella porta. Era il negozio della mia mamma. Il negozio dove passavo a farmi dare un bacio o  a farmi mettere un cerotto sulle ginocchia sbucciate. Era il negozio dove ho passato le mie vacanze da adolescente a guadagnarmi la paga estiva. Il negozio dove andavo a vedere le novità e talvolta a scegliermi una giacca, un pullover, un paio di jeans. È il negozio dove per quasi 50 anni, donne, soprattutto donne, si incontravano e si sceglievano il nuovo guardaroba.

C’era la signora Vedere, che nei giorni di svendita, con i suoi capelli raccolti e il viso severo ripeteva: “Vedere! Vedere! Vedere!”. E che una volta a forza di voler vedere anche ciò che non si vedeva era finita con mezzo busto dentro uno scatolone pieno di maglioni.

C’era il clan delle clienti del Diamant, che passavano le mattinate in negozio a guardare, provare ma poi compravano solo quando erano sole e i sacchetti venivano portati da me, bambina, in albergo. Era tutto un trafugare di pacchi, di nascondere, perché le amiche della mattinate condivise non vedessero cosa avevano  acquistato.

C’era la cugina di una queste, piccolina, zitella con i capelli corti grigi, che alloggiava in un altro albergo e ogni mattina passava con ritmi spediti davanti al negozio trascinando imballaggi o sacchi di cose acquistate altrove e si fermava e poi entrava e aggiungeva pacchi ai pacchi già comprati .

C’era la signora “Paaapi”, che sembrava un uomo con una parrucca bionda, e come una bambina capricciosa ripeteva “Paaapi” al marito, “me lo preeeendi”.

E c’erano madre e figlia che parlavano la lingua all’incontrario che poi all’incontrario non era, era solo una lingua straniera.

C’era la coppia delle olive, che portava il rifornimento a tutti noi e c’erano invece quelli che ogni anno chiedevano sacchetti di carta per metterci dentro i tanti funghi che raccoglievano nei nostri boschi.

C’erano amici di vacanza a Selva di Val Gardena che si davano appuntamento proprio lì da noi, e a volte poi litigavano tra loro e venivano da noi a malignare e fare pettegolezzi.

C’erano le sorelle milanesi, identiche, magre, cappelli corti, naso appuntito e occhi splendidi ma severi. Indossavano sempre gonne tirolesi, che però non erano davvero tirolesi. Erano le gonne che mettevano le turiste italiane pensando di mescolarsi tra noi, sudtirolesi ladini.

C’era la signora che  vestita con camicia scozzese e pantaloni di velluto alla zuava cercava disperatamente camicie pulite: ”Siamo partiti con l’idea di farci una vacanza nordica – aveva spiegato – con solo uno zaino e due camicie, ma non ce la faccio più da quanto sono sporche.” E io non capivo perché la vacanza fosse nordica e soprattutto perché una vacanza nordica comprendesse solo due camicie.

E c’era la svendita. L’evento dell’anno. Giorni prima con mia zia Luciana preparavamo le etichette a mano, poi la sera prima del big day portavamo  tutto giù in negozio, le maglie, le giacche, le gonne, le camice. Uno staff rinforzato appositamente per quei giorni prevedeva, oltre mia madre e le commesse e la sottoscritta, la zia venuta dal Veneto, poi Pupa, milanese praticamente di casa con la sua famiglia a Selva, e Thomas, mio fratello, incaricato di piazzare la cassa. Lui, per sopportare il peso dei giorni successivi faceva sempre un ricco assortimento di caramelle Haribo dai gusti più improponibili. E faceva innervosire mia madre, perché teneva una giungla di carte colorate sotto la cassa.

Poi il grande giorno, la mattina presto dentro il negozio, con le prime clienti c’era un silenzio quasi sacrale. Le donne parlavano tutte a bassa voce e si muovevano ancora incerte e in avanscoperta tra le pile di maglioni colorati. Fuori intanto si formava un crogiuolo di altre clienti bloccate da un nastro rosso per fermare il flusso, per evitare l’affollamento. Ricordo le colonne di lana, morbida, ricordo la gioia e l’agitazione di talune clienti che non volevano perdersi le occasioni. Il silenzio mattutino si trasformava in armonico caos. Sacchi di roba messi da parte, famiglie intere, donne che passavano più volte durante la giornata, disperazione per il maglione tanto agognato e già venduto, soddisfazione luccicante negli occhi per gli affari fatti, le occasioni trovate. Era una vera festa per le clienti di mia madre, capobanda di uno staff senza tregua. E in fondo, anche se faticosa, era una festa anche per noi. La sera poi, ci prendevamo la piccola cioccolata del Des Alpes, che sembrava più buona che mai e commentavamo stravolti i fatti della giornata.

La Boutique Erich Demetz, così si chiamava il negozio di mia mamma, fondato da mio padre, prima ancora che decidesse di occuparsi d’altro nella sua vita, ha chiuso i battenti. E così, un luogo familiare si trasformerà in un luogo forse estraneo. Non è nostalgia la mia, né malinconia. È una semplice presa di coscienza. Una pagina di un libro che si volta per farci entrare in un nuovo capitolo. E non riguarda solo mia madre, ma pure me, pure la mia famiglia, pure le generazioni di donne passate attraverso quella porta. E come in un libro, rimane tutto. Rimane intatta la vita che abbiamo vissuto dentro quelle mura ricoperte di legno. E chiunque le rioccuperà, non cancellerà ciò che abbiamo vissuto. Semplicemente scriverà il suo di libro.

Il nostro, quello delle amicizie nate, delle risate, delle arrabbiature, dei capricci, delle sorprese, delle chiacchiere, della nostra vita vissuta lì dentro, quel libro  basta aprirlo appena appena, e i “vedere, vedere vedere”, i “paaapi” e le vacanze nordiche e i colori della lana tornano ad avvolgerci, come una musica ovattata di una bella storia, che una volta letta non ci lascia più.

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