“Nessun contesto, niente senso” scrive Annamaria Testa in un bellissimo libro sulla comunicazione. E aggiunge: “Ma di conseguenza: un contesto, un senso. Due contesti possibili, due sensi possibili…”

Beh, può sembrare folle, ma grazie a Mario Balotelli ho avuto modo di sperimentare questa affermazione.

Questo è il corto circuito di contesti e sensi (e di emozioni) che ho sperimentato oggi.

Sono per strada al telefono con la mia mamma. Sto andando a fare la spesa. Commentiamo la partita di ieri. Lei, da “mamma”, mi racconta con trasporto affettivo la biografia del nostro super Mario. I genitori, l’abbandono, l’adozione, il rapporto con i fratelli …

Io invece, più distaccata, dico, al telefono, che l’ho sempre trovato aggressivo e non mi è mai piaciuto molto, ma che poi, in fondo ha 21 anni e certi eccessi forse vanno compresi in questo senso. Le racconto di quando veniva insultato. Le commento con entusiasmo quel goal, il secondo,  e quel togliersi la maglietta (non c’è dubbio: un bel vedere), e lo paragono, lì in mezzo al campo di gioco a un guerriero masai, e mentre lo dico penso a certe immagini, a certe  scultore …

Mia madre insiste sulla parte affettiva, io sul fatto che in molti quando entrava nello stadio lo insultavano e poi chiudo dicendo: “Pensa, ora l’Italia ha un eroe nero”.

Non faccio in tempo a finire la frase che una donna (nera) mi sfiora e mi dice: “Ma robe da matti!”, e poi si allontana visibilmente contrariata. Io, continuando a tenere il telefono in mano, le vado dietro, le dico,

–          No guardi mi ha frainteso …

–          L’ho sentita benissimo!

–          Si ma lo dicevo in senso ironico, che l’Italia della Lega e l’Italia razzista ha un eroe nero nella nazionale …

–          Si, si! L’ho sentita! Lei ha detto che era aggressivo e antipatico!

–          Si ma, … non era inteso in senso discriminatorio …

–          Ho chiamato anche mio marito per dirlo, robe da matti!

–          Insisto, mi ha frainteso signora, mi creda…

–          Ho sentito benissimo. E non mi segua!!!

Non mi ero accorta che la seguivo mentre lei si allontanava indignata. La lascio. Le dico ancora un “Mi dispiace …”, e riposiziono il telefono all’orecchio e sento mia madre che non ha smesso di parlare per tutto il tempo, che a distanza ha partecipato alla discussione, difendendo Balotelli e la sua povera figlia. Ma ecco, mia madre pensava che fosse stata una donna bianca a aggredirmi “Perchè quando parli, forse sembri straniera”.

Straniera? Io? Magari tedesca e dunque sconfitta dal risultato di ieri. “Ma se era una donna nera”, le dico. “Ah, pensavo fosse bianca!”

Metto giù, un po’ agitata, lo confesso. Vado a bermi un caffè. E mi chiedo: “Ma forse io sono razzista? Ma forse io ho detto qualcosa che ha ferito questa donna? Ma forse davvero di Balotelli si parla in modo diverso perché è nero? Se fosse stato bianco hai avrei usato parole diverse?” Mi sento mortificata. Ma poi …

Poi  però mi arrabbio pure con lei, la signora che non mi ha voluto ascoltare. Perché dire “è aggressivo” non significa dire “è uno sporco negro”. Insomma, quando una persona è maleducata, è maleducata. Ed è vero che per molti italiani un nero in squadra è un problema. Ma i cori razzisti non provengono dalla mia bocca. E allora penso che forse questo è un razzismo all’incontrario, che siccome è nero non si può dire nulla.

E poi. Poi mi viene in mente il libro di Annamaria Testa. E mi rilasso. E penso ai contesti:

“Due contesti possibili, due sensi possibili.”

Il mio contesto era quello di una chiacchiera con la mamma (che la signora non sentiva) e di una nota ironica conto l’Italia razzista incapace di attivare serie politiche di immigrazione. Il contesto della signora non lo conosco, ma posso intuire che ci sia latente, se non esplicita, una costante discriminazione e dunque qualsiasi cosa detta ferisce. Magari, poi, è una persona con poco senso dell’ironia, o forse, non sentendo le parole di mia madre, le mancava un pezzo della conversazione per inquadrare i miei commenti.

E infine, il contesto di mia madre, è quello di immaginarsi sua figlia aggredita da una donna italiana bianca a causa della sua “R” un po’ tedesca. Eh, si perché poi, c’è magari chi pensa che io tifassi Germania ieri per la mia “R” tedesca, che però è ladina e semmai se proprio avessi dovuto tifare contro l’Italia, avrei dovuto tifare lo Stato del Tirolo. Cosa che non avrei fatto comunque e questo lo dico solo perché il mio contesto sia chiaro: sudtirolese con “R” ladina che tifa Italia, che aborre il razzismo.

Insomma, un bel corto circuito tra contesti estranei!

Mi spiace per quella donna, lo ammetto, perché io probabilmente, andrò a arricchire le statistiche dentro il suo contesto in fatto di discriminazioni. Verrò portata come esempio negativo. E questo mi ferisce.

Annamaria Testa scrive: “A rigor di logica, in assenza di contesto è perfino impossibile distinguere informazione da rumore.” E questo ora mi è chiaro, chiarissimo.

Un’altra cosa ora mi è chiara: mai chiacchierare per strada senza guardarsi intorno.  Il rischio è di prendersi una sberla, da chi sente “fischi”, mentre voi avete detto “fiaschi”.

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