Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Non sono io l’autrice di questa spietata sentenza. Lo dico subito.

Questa frase è di Guy Debord ed è del 1967. MILLE-NOVECENTO-SESSANTA-SETTE. Si trova al punto 9 del famoso libro “La società dello spettacolo”. Famoso, ma dimenticato.

Se solo non lo avessimo ignorato questo libro! Se ci fossimo allertati, se fossimo stati sul chi-va-là vigili e diffidenti, io forse ora non mi troverei a sentire uno straniamento nauseabondo semplicemente nel passeggiare la sera in una località turistica bellissima, perfetta e accogliente.

Tutto è luccicante, patinato, leccato. Falso. Perverso e spietato.

Passeggio in un paese vero in cui tutto è talmente curato, da farmi sentire dentro un mondo di favola. Come un villaggio Valtur, vale a dire, un villaggio finto. Un villaggio finto è un insieme di casette e piazzette costruite per farti sembrare di essere dentro un paese vero. Come un outlet, dove casette pulite riproducono la piazzetta della cittadina di provincia, ma essendo una piazzetta finta, tutto è perfetto.

Sarà questa la causa del mio citato straniamento nauseabondo? Per capirne la causa devo rileggere quella frase scritta nel 1967: Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un monumento del falso.

Ma era il 1967. Nel frattempo ci siamo evoluti. E abbiamo fatto altre stupefacenti capriole. Di rovesciamento in rovesciamento siamo ormai equilibristi di tutto rispetto!

Oggi il vero è un monumento del falso che è una copia del vero. Il paese vero imita il villaggio finto che imita il paese vero. Dicono che piace ai turisti. Come quei fiori che devi toccare perché non sai se sono veri o finti e se poi scopri che sono veri dici: “Sono così belli che sembrano finti”. E viceversa, se scopri che sono finti, dici:”Sono cosi belli che sembrano veri.”

Per forza di cose ti viene la nausea. Ti gira la testa. Ti senti stranito. E tu, che passeggi dentro il villaggio, chi sei? Mi viene in mente un romanzo di Pennac, quello di un dittatore che aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia che a sua volta aveva cercato un sosia finché la copia della copia della copia era lontanissima dall’originale. Chi era quello vero? La copia finale o il modello iniziale?

Ecco, forse per questo mi sento stranita. Perché dentro questo monumento del falso si costruiscono scenografie, non paesaggi. Perché se mi muovo sempre più dentro immagini riprodotte di strade, di piazze, di paesi che imitano il falso che imitano il vero, nemmeno uno specchio potrà più dirmi, se quella riflessa sono io, quella vera, quella originale o solo una copia che imita una copia che imita una copia. E non vorrei trovarmi di punto in bianco a cercare la verità andando a grattare pezzi di cielo, con il terrore che cada un sipario e mi mostri, dall’altra parte, un mondo che non conosco e nel quale non esisto più. Quello vero.

(il disegno è G.B. Atak)
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