Da principio pare timida.

Una i piccina e stretta che sguscia, spinta dal piede di  una L , che la guida.

La i s’affaccia appena.

Il suo puntino si guarda intorno, saltella e guizza avanti

costringendo la L a un passo più deciso.

Liiiiiiiiiiiii

Prende coraggio. Un passo, lo stipite

ed è in bilico

Lib-b…b …

Un salto avanti forte sul suolo: be!

Ed è di lá: Li-be!

Si tira su, occhio solerte.

L’aria le piace e allora

prende la rincorsa su una r rotolante.

Libe scorrrrre e un salto ancora…

Piedi a terra ed é taaa!

Spalanca tutta se stessa, le braccia, il viso, la gioia, l’aria aperta ed immensa ed è finalmente

Li e ber e taaaaaaaaaaa. Finalmente Libertá!

Che meraviglia, che forza, che crescendo maestoso e vasto ed infinito.

E quell’accento? Un respiro pieno, schietto e vibrante!

….

Ma ohibò,  che vedo? Che le stanno facendo?

Oramai solo un filo è, che disegna delicatamente una fragile figura: Libertá

E basta una mano indifferente che di passaggio fingendo noncuranza ne tiri l’estremitá.

E scompare.

La a si slaccia

la t e la r si disfano,

la e si scioglie, la b si china,

la i si spegne e

la L s’appiattisce.

Non resta che un filo, abbandonato e piatto.

Non resta che un filo senza senso.

(ora che il PDL vuole cambiare nome al partito, ho recuperato nello scantinato del mio disco rigido questo post, scritto ai tempi della neo-coniatura della compagine di mister B: presa dallo sconforto avevo scherzato, diciamo così, con la parola libertà, ormai davvero solo un segno, un filo, una forma senza contenuto. Un packaging perfetto, per una scatola vuota.)
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