Nel linguaggio scientifico una coincidenza avviene quando due raggi di luce colpiscono una superficie nello stesso tempo e nello stesso punto. La parola deriva dal latino com (con) e incidere (cader sopra o dentro): cadere sopra insieme.

Affinché, anche al di fuori dal mondo della scienza, una coincidenza sia tale, deve accadere nello stesso tempo, dicono i dizionari. E nello stesso spazio. Quante volte perdiamo la coincidenza, perché ahimè il treno che dobbiamo prendere non si trova più nella stessa stazione (ovvero spazio) del treno con il quale stiamo arrivando?

Quanto possa essere dilatato il tempo non è specificato. Non so quindi se ciò che ho incontrato sia frutto di una coincidenza. O se piuttosto abbia forzatamente voluto io vederci una coincidenza, quando in realtà si tratta di materia depositata dentro di me, che mi ha reso sensibile a essere attratta, trovare, cercare altra materia simile.

Forse, se non avessi visto qualcosa prima, quel qualcos’altro che ho visto dopo, non mi avrebbe portato ad unire le due cose. Forse non me ne sarei nemmeno accorta. Forse non mi sarei sentita chiamare.

La coincidenza, infatti, sarebbe certamente data se queste due, chiamiamole, cose che ho visto si fossero presentate a me contemporaneamente. Lo spazio non ci sono dubbi, è lo stesso: sono io lo spazio in quanto ricettore. Il tempo, invece, è dilatato, di alcuni mesi. Eppure …

Un busillis? Forse, ma ora mi spiego.

Entro in libreria per comprare un libro di cucina. E giro, come sempre, tra gli scaffali, alla ricerca di qualche romanzo. Mi fermo però, fatto inusuale per me, davanti al settore “poesia”. E il mio sguardo cade direttamente su un libretto di Einaudi, bianco, di quelli che portano un testo poetico in copertina. Leggo la copertina. La rileggo e rimango imbambolata. Mi desto e vado al quarto di copertina, dove trovo le parole dell’autore: “Per chi scrive storie all’asciutto della prosa, l’azzardo dei versi è il mare aperto” dice e poi, “è che a cinquant’anni un uomo sente di doversi staccare dalla terraferma e andarsene al largo”.

Ed ecco la coincidenza. La materia nel mio mare. La scoperta piena di stupore. La riscoperta quasi, di cose già sentite e già viste. Non è il dato anagrafico che conta. Non è la prosa o la poesia. È il fatto di vivere questo mare come un navigante esploratore di fondali interiori. Ed è staccarsi dalla terraferma e non temere il largo. È usare linguaggi diversi. È non temere ma vivere e sognare. Immaginare, vedere e vivere.

E come in certe gole sottomarine, non vado oltre. Ma forzo il principio di coincidenza affiancando qui, nello stesso spazio e per sempre nello stesso tempo, i due azzardi di chi ha lasciato la terraferma per andarsene al largo.

Volti

Chi ha steso le braccia al largo

battendo le pinne dei piedi

gli occhi assorti nel buio respiro,

chi si è immerso nel fondo di pupilla

di una cernia intanata

dimenticando l’aria , chi ha legato

all’albero una tela e ha combinato

la rotta e la deriva, chi ha remato

in piedi a legni lunghi: questi sanno

che le acque hanno volti.

E sopra i volti affiorano

burrasche, bonacce, correnti

e il salto dei pesci che sognano il volo.

Foto: BlowUp Gallery Stock – Versi: Erri De Luca

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