Per pura coincidenza, in questi giorni che qualcuno ha nuovamente proposto di abolire il 25 aprile, ho un partigiano illustre che frulla nella mia mente. È da domenica, per la verità, che non riesco a liberarmene. Per la verità nemmeno ci provo. Mi piace averlo dentro di me e nei momenti di distrazione dalle mie faccende vederlo emergere, sentirlo. La voce calda ed energica e diretta. Gli occhiali grossi, la pipa in bocca, pantaloni alla zuava e un basco di velluto.

Si muove dentro di me, nella mia testa e lo ringrazio di esserci, anzi gli concedo di indugiare, chiedo alla mia mente di trattenerlo. Perché averlo così forte e nitido, sentirlo e vederlo mi dà un certo non so che. Una nuova energia. Una forza positiva. Una voglia di rinascita e rivincita che fa tanto fatica a rimanere a galla di questi tempi, in questa Italia alla deriva, persa e infangata, svuotata di sé stessa.

E mi chiedo, ma che fine ha fatto? Non lui, no di certo. Lui è sepolto, a malapena ricordato, inciso probabilmente su qualche lapide a dare il nome ad una strada, una piazza, una ferrata, un rifugio. No, io mi chiedo che fino ha fatto quell’energia? Quell’onda dirompente, quella  schiettezza, quel rompere i protocolli, quella genuinità, quel chiamare le cose con il proprio nome, il nome vero, puro, autentico. Quell’esigere sempre e solo la verità e chiamarla, la verità. Con parole trasparenti e chiare. Dando alle cose, e quindi alle azioni,  il nome esatto senza sotterfugi.

E mi chiedo, soprattutto, che fine abbiamo fatto noi? I bambini che hanno vissuto Sandro Pertini presidente della Repubblica. È solo una mia fissazione? Solo perché lui veniva in Val Gardena in vacanza? Siamo solo noi, quelli che lo vedevano arrivare in valle e lo salutavano felici lungo la strada, che ancora oggi lo ricordano? Noi che organizzavamo la festa degli alberi per lui, nel bosco, a piantare un alberello ciascuno e cantare canzoni sulla natura per poi godersi la pagnotta con il prosciutto cotto e l’aranciata?

Che bambini eravamo? Figli di genitori nati e vissuti durante la seconda guerra mondiale. Nipoti di nonni che di guerre ne hanno vissute due. Bambini cresciuti negli anni delle bombe e del terrorismo. Anche se ero piccola e vivevo in una valle periferica di montagna, quegli anni sono incisi nella mia memoria. Li abbiamo vissuti anche noi, anche da lassù, isole periferiche immerse nella natura, protetti da un’infanzia immersa in un paesaggio idilliaco.

Ero dentro quell’epoca anch’io. Ricordo la mattina che sono andata a prendere mia cugina per andare a scuola e la prima cosa che le ho detto, appena mi ha aperto la porta, è stato: “Hanno ucciso Aldo Moro” Ricordo quella sera che mia madre, tornata dal lavoro, a mio padre, che l’aspettava sull’uscio di casa, ha detto: “C’e stata una strage”. E ricordo mio padre sbiancare e fare un passo indietro. Era il due agosto 1980. Ricordo che giocavamo al teatro radiofonico, tra cugini. Sulle cassette registravamo storie. Non storie qualsiasi. Storie di violenza, come la bomba ad un concerto. Quanto ci divertivamo a simulare il rumore della bomba sbattendo giornali sul tavolo e urlando come pazzi! E poi le indagini. La polizia. Le tracce non chiare. Questi erano i giochi che facevamo, in un casa immersa nel cuore delle Dolomiti.

E poi c’era l’arrivo di Pertini. Mia madre che impazziva, perché mio fratello ed io, appena entrava in parcheggio per parcheggiare, aprivamo le portiere come le guardie del corpo del presidente, prima ancora che la macchina fosse ferma. Oppure camminavamo con le spalle al muro controllando ogni angolo, come a fare l’ispezione, la bonifica,  prima del suo arrivo. Mio cugino era il più invidiato, perché aveva addirittura un auricolare bianco come quello dei poliziotti. Ricordo la crisi di governo nell’albergo davanti a casa mia. Centinaia di persone, polizia, fotografi e giornalisti. E Spadolini scendere le scale, con lui, il presidente  Sandro Pertini.

Fatti della vita di un paese che arrivavano fino a noi, bambini di montagna. Bambini che necessariamente acquisivano una consapevolezza, prematura forse, sui conflitti, la violenza, la politica e sì, anche sulla vita civile e sulla tragedia. Bambini protetti, certamente, ma a contatto e informati su ciò che accadeva nella propria nazione.

Ma pur sempre bambini. Consapevoli ma ingenui. Che quando arrivava Pertini in Val Gardena gli elicotteri che lo anticipavano erano come fuochi d’artificio per noi. Uno spettacolo. La gioia pura. E la colonna di macchine. I posti di blocco. E lui, il presidente, che salutava tutti, rideva. Camminava in mezzo ai turisti che lo volevano toccare e lui si concedeva con un sorriso immenso a questi bagni di folla. Non era semplicemente un saluto al presidente della Repubblica. Era una collettiva dimostrazione di affetto alla quale lui rispondeva con altrettanto affetto.

Ma ve lo ricordate nei discorsi di Capodanno? Io ero piccola, eppure ricordo quella sedia, senza un tavolo davanti, come se fosse seduto insieme a noi, nel nostro salotto. Quel parlare a braccio, energico, diretto. Quell’essere parte della famiglia.

Mi chiedo: lo ricordo così solo perché ero una bambina di Selva di Val Gardena? O perché mi ha detto che ero elegante una volta che ha mangiato speck a casa mia? Perché mi ha accarezzato? Davvero la forza di questo uomo straordinario mi contagia ancora oggi solo per una mia esperienza? Che poi, confesso, io stessa lo avevo relegato ad un angolo della mia memoria…

Domenica scorsa ho visto un documentario sulla sua vita. Improvvisamente era di nuovo qui. Con quella camminata spedita. La voce forte. Senza peli sulla lingua.

Non è nostalgia la mia. Non è malinconia. Non è nemmeno un misto di pessimismo e sconforto perché uomini così non ce ne sono più. Ed erano rari anche allora.

No, è diversa la spinta che mi porta a scrivere, in modo soggettivo e forse emotivo, di Sandro Pertini.

La sua vita non è banalmente esemplare. È molto di più. È un modello etico cui tutti dovremmo tendere. E soprattutto è parte della storia di questo paese.

Sono uomini così che andrebbero raccontati. Di continuo, senza stufarsi mai di farlo.

Noi per primi, i bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente, dovremmo non dimenticarlo. E dovremmo raccontarlo.

Dovremmo essergli grati per ciò che ha trasmesso a tutti noi. Dovremmo insegnarlo nelle scuole. Raccontarlo ai nostri figli. Dovremmo dargli vita, ogni giorno. Perché se c’è qualcosa da ricostruire in questa sciagurata Italia, è da uomini come Sandro Pertini che si dovrebbe partire.

E dunque, che ne è oggi dei bambini che hanno avuto Sandro Pertini presidente? Una è qui. Contenta di averlo ritrovato e aver condiviso il suo ritorno. Rinforzata nella spinta a non cedere mai. Mai al pessimismo, mai al disfattismo.

È un dovere, questo, e una questione di rispetto. Il rispetto per chi in modo assoluto e senza compromessi ha sempre rispettato noi, bambini, uomini, donne, cittadini.

Annunci