Mi ero alzata presto, avevo fatto tutto rispettando perfettamente la mia pianificazione: sveglia, 5 tibetani, colazione, doccia, letto, partenza. Volevo arrivare prima in ufficio. Volevo sfruttare quella mezz’ora in cui non c’è nessuno per entrare in piena concentrazione.

Ma qualcosa di più forte, qualcosa di straordinariamente energetico  mi ha impedito di arrivare secondo i miei piani. Lungo la strada che mi porta in ufficio, ad un certo punto ho accostato la macchina e sono scesa. Mi sono affacciata al guardrail, e ho tuffato lo sguardo di fronte, in fondo, a est a ovest. Mi sono immersa dentro qualcosa di meraviglioso. Ho preso il mio smartphone e ci ho fatto due scatti. Un’offesa, ecco sì: un’offesa cercare di incastrare dentro un mini schermo su un telefonino l’infinito magico che mi ha accolto andando al lavoro. Certo è che non potevo non scendere dalla macchina. Certo è che non potevo non camminare dentro quella cosa …

Provo a raccontarlo a parole. Ma so giá che ci riuscirò solo in parte …

La strada che dal mio paese va verso l’interno della valle è un taglio morbido e sinuoso a metà costa, verso il culmine dell’altopiano su cui giace la mia casa. La vallata in fondo è buia e i pendii sono ripidi, eppure nel disegno dei campi coltivati, dei confini segnati da file di ciliegi paiono  morbidi e sinuosi . Questa
mattina, poi, erano verdissimi e luminosi. Le  gocce di pioggia notturna erano ancora lí.

A est, man mano che si avanza su questa sorta di lungo serpente, emerge progressivamente, come in una curata slow motion, tutta la nobiltà del Sassolungo, nascosto  dapprima dietro il bosco, poi sempre più imponente
e visibile. Con le guglie del gruppo, con il colore che questa mattina pareva
argentato. A ovest: l’imbocco nella Valle Isarco, gli avvallamenti, i campi
coltivati, i boschi, i campanili bianchi che emergono dal verde intenso. Il
verde, appunto, i verdi scuri e chiari che si alternano, i verdi infiniti che
si mescolano tra loro.

Questo è il paesaggio che ogni mattina attraverso con la mia macchina.

Oggi però era diverso. Oggi è stato come entrare in una dimensione estranea, come dentro qualcosa che di fatto non esiste se non nella fantasia. La nebbia nel fondo valle saliva lentamente, ma a differenza di altre volte, non si limitava a creare la sensazione di un viaggio  al bordo del cielo. Questa mattina la nebbia
giocava sfacciata con la luce  e con le gocce di acqua. I contorni erano sfumati a tal punto che indefinibili effetti davano la sensazione di trovarsi dentro un magma di colori trascinati, di colorimescolati. Il verde entrava nel bianco e lo sfumava, che entrava nel blu e a sua volta lo sfumava. Come essere dentro un quadro astratto. Come galleggiare dentro un mosso controllato divenuto materia. E dentro questi colori trascinati, sfumati, in continuo spostamento per il sole che con forza saliva e la nebbia che veloce si spostava, tra gli alberi, bolle bianche sembravano volare, macchie di nebbia, illuminate dal sole, come se un filtro maculato fosse steso sui miei occhi. E poi, gli spicchi,  questi sì, netti e aggressivi che come lame a  raggiera uscivano dagli alberi in controluce, un invito a passare, un invito a entrare dentro questo mondo che forse non esiste nemmeno.

Una fantasiosa scusa, direte, abile come quella dei bimbi che bigiano a scuola. Pensatela come volete… io in ogni caso questa mattina ho fatto incetta di magia, cacciandola dentro le sacche e le borracce del mio spirito.  Della mia anima.

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