È un’estate strana questa. Il cielo è grigio, Le montagne sono innevate. La temperatura, qui in valle, supera di poco i dieci gradi. Piove. Le strade sono grigie. L’atmosfera è triste, fredda, inospitale.

Eppure, nonostante questo grigio, dal tono deprimente, ora tendente alla polvere ora all’opaco della nebbia, io oggi vedo solo colori. Vedo il fucsia. Il giallo. Il rosso. L’azzurro. Il verde. E un bianco luminoso. E poi, come nelle vecchie fotografie analogiche, impresse una sull’altra, vedo immagini di leggerezza che in trasparenza si muovono davanti ai miei occhi. Anche adesso. Qui, ora, mentre scrivo. Vedo voli nell’aria. Vedo svolazzare, curve armoniose, giravolte delicate e morbide. Vedo gioia. Vedo bellezza. Pura e intensa.

Non ho inghiottito nulla per vedere il colore dove non c’é. Non ho cercato di inebriarmi con sofisticherie chimiche per sopportare questa fredda e misera giornata di pioggia. Sono semplicemente vittima di una visione. Vittima felice e consapevolmente ingenua. E sto cercando di trattenerla il più a lungo possibile dentro di me, questa visione. Come quando ci si lascia sciogliere in bocca un cioccolatino prelibato e lo si fa molto lentamente per trascinare più avanti possibile la fine del piacere, di quel sapore, di quel profumo.  

 Cie Thor, To The Ones I Love: la mia visione. Lo spettacolo di danza. Lo svolazzare. I colori.

Descrivere un balletto, una danza è per me impossibile. Cadrei nel descrittivo e così facendo annullerei la visione in un baleno. Mi trovo davvero in difficoltà. Potrei provare descrivendo  la musica, quella barocca di Bach con intermezzi di suoni o rumori contemporanei. Potrei descrivere i parallelepipedi bianchi che servivano da base, da panche, da scenografia e che venivano costantemente spostati, trascinati, spinti.  Potrei raccontare la perfezione dei nove corpi dei danzatori, bellezze armoniosamente scolpite. Infine potrei descrivere i colori che sullo sfondo bianco venivano proiettati. Colori intensi e saturi, monocromi che sfumavano sul palco e poi le magliette, una diversa da l’altra che via via i danzatori indossavano, come tessere mutevoli di mosaici fuse con i colori cangianti della scenografia.

Giallo, senape, zolfo. Rosso, porpora, anguria, cremisi. Verde, mare,  menta, bosco. Azzurro, fiordaliso, ardesia, mirtillo. Viola, lavanda, rosa, fucsia. E  intorno, in mezzo, nelle pieghe, negli angoli dei corpi, sotto i piedi nudi, il bianco puro.

Ma tutto questo è riduttivo. Provo allora a raccontare la mia esperienza partendo dalla fine. Quando uscita nella fredda serata piovosa fuori dal teatro ho avuto la sensazione che, di colpo, un secchio di vernice opaca e grigia venisse gettata per far scomparire i colori. Ecco, sì, di colpo. Come se ancora ubriaca, una doccia gelida ti costringe a rientrare nel mondo dei sobri. Una sberla che ha colpito il mio viso felice, con gli occhi luminosi e gratificati. Era un secchio di contestualizzazioni, di decifrazioni, postille e note che trascinavano fuori nell’ordinario quello spazio, quel palcoscenico vivo.  Ma, ecco, mi sono scansata, ho dato un colpo al secchio, non ho permesso che la vernice annullasse la magia che ancora viveva dentro di me.

Di fronte alla purezza dei movimenti dei danzatori, dei colori con il bianco, della musica di Bach, degli schemi rotti con morbidezza e soave e scherzosa  armonia, di fronte al  gioco, alla gioia, all’immagine complessiva di un palcoscenico perfetto, non mi importa se non sono un’esperta di danza contemporanea, se non conosco i retroscena, se non so il prima e il perché, se non so tutto, se di fatto non so un bel niente. Non importa.

Perché quella di ieri non è stata semplicemente una bella “performance”, sottolineata da applausi e urla di un pubblico che non finiva più a battere le mani e non se ne voleva andare. È stato molto di più. È stato il mio profondo piacere di annullarmi e annullare tutto ciò che stava  intorno a me e accogliere l’invito dal palcoscenico di immergermi nella bellezza consapevole e voluta. E intensamente messa in scena.

Ho permesso alla purezza compositiva e coreografica del palco di scendere in platea e  come un magico magma fluire fino alla mia poltrona e avvolgermi per liberare la mia purezza, quella di un bimbo che nulla sa e si lascia unicamente condurre dall’emozione, senza alcun bisogno di cercare nel proprio archivio mentale riferimenti e segni conosciuti.

Sapere, conoscere e riconoscere è importante. Anzi è necessario. Ma è, per me, altrettanto importante e, forse ben più difficile, sapersi  anche annullare. Riuscire a liberarsi e lasciarsi semplicemente emozionare e commuovere. Lasciarsi fagocitare dalla bellezza. Divenirne parte. Liberi e puri.

La bellezza dell’immergersi nella bellezza è tutta qui.

E poi, una volta svanita la visione, rimane una bella energia. Il ricordo di un’emozione, che forse é solo lieve, lievissimo, eppure per me, per quanto possa essere esile, é un ricordo palpabile, una traccia  solare e beneaugurante.

Foto Credit: http://www.thor.be/
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