Ieri ho assistito ad una serata di “meet the media guru”. Il tema era particolarmente affascinante: quale futuro ha la scrittura nell’era del digitale, del web 2.0, del social networking? A parlare sul palco del Teatro dal Verme a Milano, nomi eccellenti, veri e propri guru della comunicazione e della scrittura. La serata è iniziata alle 21.00 e si è trascinata fino alle 23.30 circa. Trascinata, ebbene sì e spiego perché.

Prima, tuttavia, è necessaria una premessa. Io non sono una conservatrice. Né sono una di quelle persone che condanna a priori il mondo del social networking. Come potrei: ho ben tre blog, inoltre ho un account su facebook, su twitter, su linked-in, su friendfeed, su flickr, su anobii, su prezi, su slide share … insomma, sono  abbastanza “social”, direi.

Vivo questi contenitori a tratti, a fasi, a seconda dell’umore, del tempo, della mia voglia di lasciare una traccia oppure no.  Ma, appunto,  li vivo e non condivido le opinioni di chi condanna totalmente, ad esempio, facebook solo perché vi si trovano decadenti esibizionisti. Viviamo nell’epoca del narcisismo, ma questo non significa che facebook in sé sia negativo. Una volta erano i libri ad essere condannati o bruciati. Questi mezzi, oggi, non sono solo luoghi di voyerismo o narcisismo. Sono anche piattaforme di incontri, opinioni, scambi. Rapidi, mordi e fuggi, è vero, ma veri nella loro essenza digitale. E soprattutto sono luoghi interattivi.

Nella serata di ieri, in un certo senso, di questo si è parlato. Con uno sguardo al problema della scrittura tradizionale.  La domanda che incombeva su tutti noi era chiara: i libri tradizionali sono destinati  morire?

Non voglio soffermarmi qui sulle risposte offerte ieri sera. Aprirei una parentesi immensa. Riporto solo le parole del professore Derrick de Kerckhove che ha proposto un equilibro tra le diverse scritture rilevando comunque che la scrittura su carta rallenta i ritmi e costringe alla riflessione. La scrittura su carta fissa le cose. Diviene permanente. Mentre il digitale arriva, passa, si volatilizza. È  rapido e mutevole. Ma può comunque offrire nuovi strumenti per la creazione e di fatto lo sta facendo.

Abbiamo quindi  la scrittura tradizionale (e la lettura tradizionale) e abbiamo la scrittura digitale (e la lettura digitale). La prima riflessiva e strutturante, mi verrebbe da dire, la seconda volatile per nulla sterile, iper-creativa.  

Affascinante, non c’è dubbio. Eppure ieri, a mio avviso, gli organizzatori hanno dimenticato un elemento fondamentale: l’uomo (o donna) in quanto essere fisico, presente.  Chi ne ha colto il paradosso è stato un musicista: Roberto Carlone della Banda Osiris che sulla performance con musicisti proiettati su schermo ha abilmente giocato con straordinaria (e suggestiva) creatività.

Vengo al punto.

All’inizio della serata ci è stato detto che dovevamo tenere acceso il nostro smart phone e twittare commentando la serata. Siamo stati invitati tutti a interagire (interattività è una parola fondamentale nell’era digitale) con tweet, post e pics.

Immaginatevi dunque la scena, il teatro di ieri sera.

Siamo seduti in platea. Grandi guru della scrittura ci raccontano le loro riflessioni. Addirittura viene abbozzato un dibattito tra 5 nomi illustri italiani (tra cui l’inventore del blog Spinoza, che adoro), ma che di fatto si riduce ad un monologo degli stessi. Sale un guru, poi un altro, poi un altro. Alle loro spalle, sono proiettate diapositive power point di supporto, poi i “nostri” tweet e infine una slide dinamica di prezi, arricchita, intervento dopo intervento,  con parole chiave. Poi, ultimo intervento, arrivederci e grazie.

È chiara la scena? Siamo seduti in platea, sul palco scorrono idee straordinarie, o discutibili, a seconda. E noi dalla platea veniamo invitati a interagire. Ma, sia chiaro, solo … digitalmente!

Il paradosso, no, ancora peggio, l’estremizzazione. L’invasione del digitale nel reale. È un’inversione a U: non il mondo reale verso quello digitale, ma quello digitale che s’impone sul mondo reale.

Noi muti, ma rapidi della digitazione sui tastini del telefonino. Noi a bocca chiusa. Noi a interagire con il mondo reale che sta davanti a noi, ma solo in modo digitale. Noi stessi trasformati in platea digitale, in pixel. Noi non reali, non fisici. Noi comparse o strumenti per diffondere nella rete quanto viene detto e non, invece, attori di un evento reale che avviene in quel luogo fisico, in quel momento fisico tra esseri umani, fisici. Noi ad annullare noi stessi in quanto persone di carne ed ossa e convertirci in commenti twittati. Noi a trasformarci in avatar di noi stessi.

Sono una conservatrice se mi chiedo, io che siedo a pochi metri dai guru, perché devo interagire digitalmente e non posso interagire fisicamente? Intendo dire: alzando la mano, aprendo la bocca, facendo uscire suoni che sono parole, magari rese più espressive da mani che si muovono, occhi che fissano? E ricevere di rimando una risposta fisica del relatore, anche lui con suoni che diventano parole, magari con le mani, la mimica, i gesti a spiegare meglio quel preciso concetto. Siamo tutti dentro un teatro ma è come se fossimo davanti ad uno schermo. Come si può parlare del rischio per la scrittura su carta se abbiamo già perso la facoltà di comunicare, o addirittura di vivere, dal vivo? Di vivere in prima persona un evento senza il bisogno di convertirlo in un messaggio per il web 2.0? Come se la realtà fisica non ci interessasse più. Come se non sapessimo più lasciarci andare alle emozioni, ai pensieri fini a sé stessi dentro la nostra testa, destinati solo a noi e a persone reali come noi, vicino a noi. E solo lì. Come se ci interessasse solo la realtà convertita in tweet e pics. Come se il resto, il  non twittato, non esistesse.

Ecco, io che posto su facebook, che twitto su twitter, che carico foto su flickr e che sto scrivendo questo post per un mio blog, mi dico: non dimentichiamo che siamo fatti di carne e non di pixel. E che fuori dal web non c’è IL NULLA. Lì fuori ci siamo noi, semplicemente noi, gli esseri umani.  Con la nostra voce, i  nostri occhi, le nostre mani.

E allora, collegandomi al tema di ieri sera, mi dico: carta! La scrittura fissa le cose? Allora non  smetterò mai di comprare libri di carta perché in questo modo sono certa, non dimenticherò mai di essere fatta di carne e ossa. Di essere qui, ora, un essere umano tangibile. E certamente non delegherò mai a tweet e pics la certificazione  del fatto che esisto.

E per andare sul sicuro questo post ora lo stampo su carta e metto i fogli in una cartelletta di cartoncino colorato.

E se avessi torto? Vabbè, per andare sul sicuro, mando pure un tweet.

Doppia certificazione di esistenza, la chiamerei.

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