Non mi permetterei mai di infilarmi, o peggio, d’incastrarmi in un’analisi della parola populismo.

Mi lascio andare solo ad una breve riflessione. Il punto di partenza sono due episodi, di scrittura, tra essi collegati. Il primo è un articolo sul settimane tedesco Die Zeit, che ha definito “populismo” il movimento spontaneo dei giovani indignati spagnoli. La seconda è uno scambio di opinioni su facebook con una mia amica sull’indignazione italiana. Lei portava come esempio, debole per lei, ma efficace  il movimento dei grillini.

Il punto è che io certamente definirei i grillini populisti nell’accezione più diffusa (e negativa) del termine, mentre i giovani spagnoli, sebbene partiti dal basso, dal popolo, con disagio li potrei definire tali.

La mia curiosità per questa parola mi ha portato ad alcune rapide ricerche in rete. Ho trovato pagine e pagine di bibliografia che l’analizzano da un punto di vista storico, artistico, politico, sociale, semantico … Come sempre mi appoggio alla Treccani, che sia nella sua enciclopedia, sia nel vocabolario offre molteplici spunti di studio. Non è mia intenzione farne un riassunto qui. Rimando alla fonti (vedi a destra “frammenti d’altri”), anche perché dal populismo russo, al populismo inteso in senso artistico, al populism inglese fino alle accezioni sociopolitiche odierne mi perderei.

Soprattutto, però, perché una cosa mi pare ora chiara: cosa s’intende oggi con populismo è poco chiaro. Wikipedia Italia riporta: “Il largo uso che i politici e i media fanno del termine “populismo” ha contribuito a diffonderne un’accezione fondamentalmente priva di significato.”

Mi aiuta di più  Wikipedia Germania, che attribuisce a  Populsimus l’espressione di una politica che strumentalizza le insoddisfazioni e le paure del popolo e offre soluzioni semplici per colpire il lato emotivo degli insoddisfatti.

Secondo questa definizione Beppe Grillo è populista. Umberto Bossi è populista. Silvio Berlusconi è populista.

Ma se guardo ai giovani spagnoli di Plaza del Sol, mi chiedo perché loro dovrebbero essere populisti? Certamente sono disperati, indignati, stanchi, frustrati … ma non  populisti.

Populsimo. È forse il suffissio –ismo che disturba? Di fatto, il sostantivo ismo ha un’accezione negativa e denigratoria, ma il suffisso in realtà no. Il cicl-ismo, ad esempio, non indica qualcosa di negativo legato alla bicicletta. E allora?

Rimane senza risposta la mia domanda? Come possiamo definire un movimento spontaneo che parte dal basso, che non vuole essere, appunto, populisticamente manipolato, e che, esattamente come fa il populismo, esprime forte dissenso per i mali di un’oligarchia politica e/o potente e si richiama ai bisogni ed alle paure del popolo, cioè di sé stesso,  in quanto movimento del popolo?

La mia conoscenza dell’italiano è evidentemente inadeguata. E sono costretta a proporre un neologismo:

Populità .

Dove il suffisso  –ità, mi fa pensare a libertà, ma anche a creatività e perché no, a felicità.

Perché a differenza del suono buio nella “o” finale di populismo, in populità  la “a” tronca sembra offrire un orizzonte. Populismo è un tubo buio. Populità è invece un imbuto al contrario. Il popolo non rimane lì, nel tubo, ma spalanca le braccia verso aria fresca, nuova.

E poi, populità fa ridere e ballare. La “a”, come prima vocale a me ha sempre fatto venire in mente il sole, la gioia, la luce. Ma quella “a” tronca, con un accento ballerino in testa, è molto più della luce, è anche movimento. È energia.

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