Un segno, nella linguistica, secondo la definizione di De Saussure, è l’insieme del significante e del significato. Il significante è in un certo senso la crosta esterna, la forma, il suono. Il significato invece è la parte interna di quella crosta. Come se fossero la buccia e la polpa di uno stesso frutto.

Il bello del linguaggio, il bello per me perlomeno, è che mentre la parte esterna suona, è musica e melodia, la parte interna può essere profondissima, può intendere, suggerire, definire molte cose, mondi, dimensioni, sensazioni. È una polpa succosa e dolce insieme, con striature splendide, che opportunamente evidenziate nel taglio, possono sedurre e convincere ogni palato.

Ebbene, in questa nostra epoca della semplificazione, della comunicazione per emoticon e sms e anche, paradossalmente, in questa nostra epoca complessa, stiamo irrimediabilmente perdendo livelli di questo interno, la polpa perde le sfumature e perdendole, a volte addirittura cambia colore. Tutto si appiattisce in uno spot. E veniamo confusi o sedotti dalla splendida melodia, tuttavia svuotata al suo interno. A volte accade per pigrizia, a volte per fretta, a volte per ignoranza e a volte, ahimè, per ipocrisia o per calcolo.

Salvare il vocabolario oggi pare impossibile. Forse l’unica azione ragionevole che ci rimane è denunciare la scomparsa delle striature e dei livelli o la deformazione cromatica. Forse possiamo salvare qualcosa nel ricordarli questi livelli. Nel riportarli alla luce. Nell’usarli, consapevolmente, fino alla follia. È un po’ come chi urla all’estinzione di talune specie rare e parte per la giungla a fotografare tigri solitarie, le porta sui giornali, raccoglie fondi, le nutre, le fa accoppiare, cerca, insomma, eroicamente di non farle sparire per sempre.

Ma perché? – mi si potrebbe chiedere – Che senso ha? Se ci capiamo comunque, perché essere così “antichi”. Oggi basta macinare un po’ di inglese, usare internet e per comunicare non serve altro.

Beh, il mio perché lo dico a bassa voce perché forse può apparire bizzarro, ma lo dico ugualmente. Perdere livelli nel linguaggio, dimenticarne le striature significa perdere la capacità di pensare, significa essere vulnerabili nei confronti dei predatori (siano essi pubblicitari o politici), significa perdere la capacità di capire il mondo, significa perdere la libertà di essere sé stessi e infine davvero, perdere livelli nel linguaggio significa vivere in un mondo monocromatico, anaffettivo e noioso. Significa non emozionarsi più.

Non essendo io, tuttavia un’esperta nel campo, per il mio primo, modesto, tentativo di salvataggio mi aggrego ad una spedizione già in marcia.

Il segno da salvare è crescita. La spedizione è quella di Florence Noiville. (“Ho studiato economia e me ne pento”, Bollati Boringhieri). Scrive la Noiville:

 questa parola crescita con cui ci martellano senza sosta sembra anche a me, sempre più, un oscenità. Eppure è una bella parola, è anche un bel verbo: crescere e diventare più belli. Purtroppo però in economia è diventata sinonimo di distruggere e imbruttire.

E per spiegarsi meglio elenca il brutto che la bella parola crescita sta causando: seppellimento dei rifiuti, inquinamento, mancanza di acqua potabile, riscaldamento del clima…

Mi piace molto il suo dire che “crescita” è una bella parola. E che la parola è bella lo si vede dal vocabolario. Bella, nel mio senso di parola bella. È profondissima! È piena di striature. È incredibilmente ricca. Crescita, per la Treccani, è l’atto di crescere e crescere, beh, una sinfonia di significati:

1. Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, nell’uomo, negli animali, nelle piante. Divenire adulto.

2. Diventare maggiore in relazione a determinate qualità o condizioni.

3. Si può crescere di volume, di quantità, di numero, ahimè anche di peso, nel tempo, nella durata, ma anche di forza, intensità, potenza .

 4. Crescere può anche significare “risultare eccedente”: ad esempio, mi crescono dieci euro nel conto.

5. E poi ancora accrescere, far diventare più grande, allevare, educare…

Certo, si può crescere nel male e nel bene. Ed è chiaro che “crescita” in termini economici indica “aumento del reddito pro capite” (significato 3). E non chiedo certo di eliminare questo livello. Sarebbe semplicemente bello se quando si parlasse di crescita sui giornali, per onestà, si dicesse che solo qualcosa è cresciuto (il profitto) o che si utilizzasse il significato numero 4 sopracitato: “a quello lì gli crescono n milioni di euro, ma solo a lui”. Perché se non si specifica bene, gli altri significati, quelli che alla Noiville piacciono tanto, spariscono e se spariscono dentro la crosta del significante spariscono inesorabilmente dal nostro pianeta, perché se non c’è un modo di chiamarli, come facciamo a riconoscerli? Insomma, per onestà gli economisti ed i giornalisti che ci raccontano i loro grafici, dovrebbero dire che usano la parola crescita solo per un quinto o al massimo due quinti del suo significato.

E se proprio ciò pare impossibile, suggerisco loro di affidarsi ad un altro combattente, Stephane Hessel, autore di un libello dal titolo invitante: “Indignatevi!” Hessel, nato nel 1917, ebreo nato in Germania, vissuto in Francia, attivo nella Resistenza, arrestato, torturato, evaso dai campi di sterminio e sfuggito al patibolo, dopo la guerra è diventato diplomatico ed ha contribuito alla stesura della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani”. E da questa dichiarazione prendo spunto, copiando l’articolo 22:

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Sviluppo è crescita! Crescita della personalità! Che meraviglia! Ma allora, facciamo resistenza! Opponiamoci all’uso piatto di questo segno meraviglioso. Scendiamo in piazza a difendere la crescita vera. A difendere tutte le striature di questa splendida parola e ai loro straordinari effetti nella nostra vita, nella nostra crescita come individui, nei nostri diritti di esseri umani!

E urliamo insieme [kréššita] per chiedere crescita!

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