Potrei sembrare monotematica e maniaca. Di nuovo mi trovo a scrivere di Germania, ma questa volta per una pura casualità. E poi non è di Germania che scrivo qui, ma di Italia.

Con una mia amica tedesca ho visitato a Milano una mostra intitolata “L’occhio del cronista – La Germania nelle pagine del Corriere della Sera dal 1960 al 2000”.  Vi si trovano, tra gli altri, alcuni articoli divertenti e aneddotici che in un certo senso sembravano voler confermare gli stereotipi dei tedeschi duri e poco creativi rispetto agli italiani seduttori e amanti del buon cibo. Si racconta, infatti, delle differenze di corteggiamento tra italiani e tedeschi (“L’uomo tedesco è rozzo, senza fantasia, incapace di dolcezza, non comprensivo” – 30 ott. 1962), piuttosto che del licenziamento di cinque operai italiani perché si rifiutavano di mangiare ogni giorno patate. (14 gen. 1966).

Un articolo, tuttavia, per nulla divertente o aneddotico, mi ha particolarmente colpito. Per la sua durezza spietata, per la sua condanna di un paese che certamente ha creato e vissuto uno dei peggiori orrori della storia. E per il confronto che ne viene fatto con l’Italia.

Soprattutto mi ha colpito leggerlo perché il mio sguardo è quello di oggi, come se da una terrazza del 2011 mi fossi affacciata su un paesaggio dei primi anni Sessanta.

L’articolo si intitola “Per godere i vantaggi del miracolo la Germania ha seppellito i rimorsi” ed è stato scritto da Indro Montanelli nel 1962.

Scrive Montanelli: “… Per questo, credo, il miracolo della Germania resta soltanto quello economico. Letteratura, cinema e teatro sono un deserto perché nel campo dello spirito gli esami di coscienza elusi o accantonati condannano irrevocabilmente alla sterilità. L’Italia è viva, sia pure nel caos; forse è il paese più vivo di Europa, perché questo esame di coscienza lo ha accettato, anzi ci sguazza.”

Impressionante, vero? Per me lo è. Poco prima Montanelli scriveva: “Dalla fine della guerra tutti aspettiamo, se non un atto di costrizione, per lo meno un esame di coscienza.”

Come sempre, dentro questo blog, rimango in superficie. E mi concedo il lusso di cogliere solo la prima impressione. D’altra parte non sono uno storico, né un antropologo, né un critico d’arte o letterario. E nemmeno, con questa mia ultima osservazione intendo elogiare la mia non competenza. Forse uno studio serio potrebbe smentire ogni mia parola. E per questo mi fermo alla superficie: alle parole usate. E semplicemente mi limito a un’osservazione, come se appunto, fossi affacciata su una terrazza e osservassi il paesaggio che si stende davanti me. Mi affaccio e guardo. Tutto qui.

E vedo Montanelli elogiare lo sguazzare italiano nella coscienza, accettata, di un passato oscuro, e criticare il mutismo dei nostri alleati di quel passato oscuro. È il verbo sguazzare che m’interessa particolarmente.  Perché nel bellissimo paesaggio italiano della creatività e della vita degli anni Sessanta, quello sguazzare, sembra quasi, e probabilmente non in modo consapevole, preannunciare un castigo, una dannazione. Come se il paesaggio che sto osservando avesse una stonatura, come se nel silenzio della natura, uno schiamazzo fuori luogo preannunciasse l’infrangersi dell’incanto. La Treccani definisce “sguazzare” in questo modo: Stare a proprio agio nell’acqua, agitandosi, sollevando schizzi. E poi porta l’esempio dei bambini che sguazzano in mare o dei porci che sguazzano nel fango. Eccola la stonatura. Sguazzare è movimento, voci, urla è piacere, godimento. E tutto questo, associato alla parola coscienza, che suggerisce piuttosto il silenzio, stride un po’. Ma se seguo le altre definizioni che la Treccani mi offre di sguazzare, il motivo del mio disagio diventa ancor più palese: “Trovarsi a proprio agio nel proprio ambiente”. Vale a dire trovarsi a proprio agio in una coscienza che è accettata, ma che rimanda a parole come fascismo, leggi razziali, deportazioni, guerra. E siccome voglio farmi davvero del male, scopro scorrendo la Treccani, che in senso figurato, sguazzare vuol dire anche divertirsi, senza badare troppo a spese. Bene.

Ritornando all’articolo, quindi, rilevo che negli anni Sessanta gli italiani che avevano accettato la propria coscienza, ci sguazzavano dentro, vale a dire, ci stavano a proprio agio e schizzavano coscienza da tutte le parti, divertendosi addirittura.

Forse tutto ciò pare un po’ estremo, ma è proprio sui paradossi che vorrei giocare.

In Germania, invece, regnava il silenzio. Niente schiamazzi. Mettiamo che il paesaggio davanti a me possa cambiare, come fosse una diapositiva, quello tedesco degli anni Sessanta, sebbene rigoroso e produttivo, appare sostanzialmente muto, forse addirittura morto. Le parole, che evocano una natura spoglia, usate da Montanelli sono chiare:  deserto e sterilità. Da noi, gioiosi e creativi spruzzi d’acqua e di là terra arida.

Ora, immaginiamo che questi due paesaggi siano stati fotografati e che immersi nel paesaggio di oggi, 8 aprile 2011, ci capitano in mano le diapositive. Io rabbrividisco. Perché noi stiamo ancora sguazzando, ma non nella nostra coscienza accettata. No, oggi sguazziamo in tette e culi, e mi scuso per la volgarità. Ma il punto è che è proprio nella volgarità che sguazziamo oggi. Sguazziamo nell’individualismo, nella corruzione, sguazziamo nel qualunquismo, sguazziamo nel pettegolezzo parlamentare, sguazziamo nello sfacelo della scuola, sguazziamo nel linguaggio sbracato, sguazziamo nell’elogio dell’ignoranza e sguazziamo pure nella fiction pseudostorica degli italiani brava gente. Sguazzavamo cinquanta anni fa nella nostra coscienza (e di Montanelli mi voglio fidare) e sguazziamo oggi, non più come bambini nell’acqua cristallina, ma come porci nel fango. Se poi il mio occhio si sposta nel paesaggio tedesco, trovo che in quel deserto è cresciuta nel frattempo una vegetazione ricca, certamente complessa, ma rigogliosa (i miei post: “voglio il passaporto tedesco” ne sono piccolissime tracce). Una vegetazione fatta di creatività, innovazione, senso civico, rispetto per l’ambiente, televisione pubblica seria. Per fare un esempio, pertinente con il problema della coscienza, la programmazione di documentari storici nella televisione pubblica tedesca ha subito, soprattutto a partire dagli anni Settanta, un crescendo incredibile. Nel 1995 per la prima volta la prima serata con un documentario su Hitler ha toccato i 6 milioni di spettatori. E oggi, pur nella consapevolezza di adeguamenti rispetto alla concorrenza delle reti private,  la storia nella TV pubblica è rappresentata da redazioni ad essa interamente dedicate ed è accompagnata da un dibattito su come essa possa o debba essere raccontata in televisione.  Forse, mi chiedo, da semplice osservatrice di un paesaggio, quel silenzio è stato necessario perché la coscienza non fosse solo un luogo in cui sguazzare, ma perché con contrizione e sofferenza diventasse consapevolezza profonda, dolorosa, ma necessaria per rinascere e costruire qualcosa di nuovo.

Mi verrebbe da dire che l’entusiasmo di Montanelli nel lontano 1962 sia stato dettato da eccesso di fiducia negli italiani. E che invece il frainteso deserto tedesco sia stato un passaggio obbligato di silenzio e introspezione per arrivare a questa sofferta e costruttiva consapevolezza.

Rimane ahimè, una certezza: che sia acqua o fango, lo sguazzare, il divertimento barocco del qui e ora, a noi non dispiace affatto. Anzi, nello sguazzare stesso, noi ci sguazziamo!

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