Assonnata, con gli occhi impiastricciati e la bocca pastosa, mi trascino alla cucina e metto a scaldare un po’ d’acqua calda per un tè rigenerante. Sono a casa di mio fratello. Da sola. Dalla grande finestra sui tetti entra una luce senza nuvole, forte e intensa. La giornata è splendida, eppure io mi sento appesantita, stanca, pigra, in colpa per il vino della sera prima, quello di San Silvestro.

Accendo la radio. Sintonizzo su Radio Tre. Questo è l’orario di Uomini e Profeti. Temo già parole complesse, troppo complesse per questo primo gennaio. Con diffidenza ed esitazione alzo il volume sperando in una pausa musicale.  La  teologia a quest’ora non la potrei sopportare.  Mi animo. Per ora niente parole, solo note melodiche.

L’acqua bolle, trovo un pacchetto di tè verde. Cerco e trovo dei biscotti, quelli di mia nipote. In pigiama, occhi ancora intorpiditi,quasi sbuffando  trascino i piedi verso il tavolo, con tazza, biscotti e uno strofinaccio con la funzione di tovaglietta.  Mi abbandono sulla sedia e guardo fuori. Il sole è fortissimo. Le tende bianche, trasparenti, lunghe e sottili, lasciano intravedere scorci di blu del cielo e di aria pulita della mattina presto.  Se piovesse, non ce la farei. Ma così, seduta nella stanza luminosa, ordinata e piena di luce, mi sembra tutto meno molesto, anche se faticoso.

La musica alla radio finisce. Un biscotto si rompe e immediatamente si squaglia dentro la tazza di tè.

Intanto,  dalla radio una voce maschile, morbida e avvolgente inizia a parlare.

Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e in effetti io sono un anarchico;  ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora. 

Sono le ultime parole di Vanzetti, prima della sua condanna a morte.  Sono parole che mi giungono alle orecchie in modo del tutto inaspettato. Sono parole, che avvolgono il mio corpo, parole che aprono i miei occhi, parole che in un attimo eliminano il torpore obbligato della prima mattina dell’anno nuovo, che liberano la bocca dalla sua pastosità. Sono parole che trasformano la mia indolenza in vitalità.

Alla radio la voce morbida e avvolgente continua:

Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza.

Questa volta le parole sono di Josef Brodsky, premio nobel 1987.

La voce, quella voce suadente e calda, quella voce dall’accento emiliano, quasi giocosa, ma così diretta ed efficace è di Paolo Nori.

L’uomo quando è libero – dice, lo scrittore – non da mai la colpa agli altri.

L’uomo libero … penso.  La libertà.  Penso a Viktor Frankl che dalla  sua tragica esperienza del campo di concentramento si è salvato esattamente in virtù di questa stessa forza. Solo noi siamo responsabili della nostra vita – scriveva anni dopo –  e solo noi ne siamo i colpevoli. Questa è la nostra straordinaria libertà.

E allora, io rischiarata dal sole, penso che il fatto che io mi sia svegliata all’orario giusto, che abbia cercato la frequenza di Radio Tre, che abbia bevuto un tè caldo guardando il cielo blu intenso dalle grande finestre della casa di mio fratello, che abbia ascoltato la voce morbida e avvolgente di Poalo Nori pronunciare parole di libertà … beh, penso che sia un bel risveglio.  Penso che l’essere caduta dentro queste parole  sia un fatto da non sottovalutare. E penso che non sia nemmeno da sprecare. Che non sono solo parole temporanee, presto disperse nell’etere e dimenticate. Penso che queste parole le devo acchiappare, stringere nella mano e mettere nel mio cuore, nel petto, nella testa. E tenerle lì, ad accompagnarmi in tutti i prossimi mesi e in tutti i prossimi giorni di questo neonato 2011.

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