Lo so è una notizia che non fa notizia. Semplicemente è un anedotto trascurabile tratto dal quotidiano vivere metropolitano.

Ma anche dire “Che vuoi, è così” e volgere lo sguardo alle mie faccende è vergognoso. E allora lo scrivo.

Una mia conoscente era in ritardo e si stava affrettando lungo il marciapiede verso la fermata dell’autobus in pieno centro a Milano. In fondo alla via ha visto arrivare l’autobus e, per paura di perderlo, si è messa a correre, ma è inciampata in un buco sull’asfalto ed è caduta a terra sbattendo e graffiandosi il braccio.

Rimasta ferma un attimo, le batteva il cuore per lo shock e … (mi dice) per la vergogna (“cadere così, quasi in mezzo alla strada!”) mentre la gente intorno a lei la guardava, ma nessuno, NES-SU-NO, le si è avvicinato chiedendole se si era fatta male.

Solo una ragazza down si è chinata e con un sorriso spaventato le ha offerto il suo aiuto.

La conoscente inciampata ha tratti somatici chiaramente non di razza italica.  Se l’è cavata con un livido e una bruciatura. E con tanta riconoscenza per quell’altra emarginata, che l’ha aiutata.

Il suo racconto era a tratti incredulo, ma sorridente, eppure nel suo sguardo ho trovato un’altra ferita oltre a quella visibile sul braccio: una linea nascosta di vera umiliazione.

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