Un gita. Una visita in una cittá d’arte. Una festa di compleanno, un battesimo, un concerto.Clic clic clic clic, nevroticamente la colonna sonora é data dai clic immaginari di macchine digitali compatte. Il clic, in realtá, non si sente più, ma lo si vede. I gitanti, i turisti, le zie, le nonne o gli amici di feste familiari sono tutti impegnati ad immortalare la giornata. Foto orribili, occhi chiusi, occhi rossi, figure sfuocate o sovraesposte. Non importa. Importa registrare tutto, altrimenti il dubbio ci assale: ma c’ero anch’io, oppure l’ho sognato?

L’affanno é tale, che il meraviglioso paesaggio della gita domenicale, gli splendidi scorci di una cittá medievale, il sorriso perplesso del piccolo batezzato, la sbronza degli amici al concerto non rimangono nelle nostra memoria, vivi, per l’intensitá con cui li abbiamo vissuti, ma solo perché li abbiamo fermati in clic. Non é importante vivere le cose. Anzi, le nostre esperienze vengono dirette e veicolate in funzione della macchina fotografica. “Fate un brindisi!”, “Datevi un bacio”, “Guarda verso la basilica” … Siamo tutti attori statici di una regsitrazione calcolata della presunta realtá. Recitiamo per dare veridicitá a ciò che, attraverso il clic, trasformiamo e fissiamo per sempre in realtá. E come se non bastasse, la curiositá di una volta, trattenuta fino a che lo studio fotografico non ci consegnava le foto stampate delle vecchie macchine analogiche, é annullata. Oggi é addirittura possibile fare più ciak della stessa scena. “Hai gli occhi chiusi, rifacciamo”, “Sei venuto male, rifacciamo”, “No, girati più a destra, rifacciamo”… e poi il gruppo di attori si unisce al regista dietro la macchina e si vede, subito, immediatamente e nuovi ciak vengono richiesti. “Uffa, mi prendi sempre il profilo peggiore, rifacciamo!”.

La foto non é più soltanto un ricordo da rivedere e conservare.

È una regia controllata e costante sulla nostra vita, a tal punto che il passato si accorcia, entra nel presente, ne fa parte. E gli attori non sono più gitanti, parenti, amici che fissano per sempre un bel momento passato insieme, ma diventano registi/attori consapevoli del tipo di memoria che vogliono preservare, a prescindere dal fatto che sia reale o meno. L’esperienza spontanea perde valore. L’esperienza diventa fiction costruita consapevolmente per il proprio album, pubblicato su internet, di modo che tutti lo/mi possano vedere.

Le emozioni non importano. Importa solo che la testimonianza sia presente, magari in 100 … 200 immagini, generalmente brutte e sgraziate, ma che importa. Io c’ero!

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