Frammenti Sparsi

Potrei farci un diario. Ma sono nomade. E anche i miei frammenti lo vogliono essere.

Oggi ho fatto shopping. Anzi no. Ho fatto le compere. — luglio 1, 2015

Oggi ho fatto shopping. Anzi no. Ho fatto le compere.

Capita che ti devi comprare un paio di scarpe da montagna e capita che entri in un negozio enorme, quasi labirintico, fatto di reparti ricavati un po’ ovunque, e con uno scendi e un sali.

Vai nella zona scarpe da montagna, e spieghi cosa vuoi. Ma da subito noti qualcosa, che sa di antico, di commercio di una volta. Tutte le scarpe esposte hanno un’etichetta con un prezzo scritto a mano. Non per i saldi. Proprio: è il prezzo pieno quello scritto a mano.

Non puoi non provare a immaginarti le persone che, listino bene in vista, hanno passato ore a scrivere i prezzi delle scarpe, con una biro, su un cartoncino, che poi con lo spaghetto andava fissato alle asole delle calzature. Talvolta i numeri sono ben riusciti, talvolta pasticciati, forse per la mano stanca o per una distrazione durante la scrittura. E te li immagini gli uomini commessi, che la grafia pare decisamente maschile, che chiacchierano e intanto scrivono le etichette e fanno i nodini al filo per fissarlo. Chissá di cosa chiacchieravano.

Il commesso, un ragazzo giovane e molto cortese, ti porta subito ciò che chiedi: scarpe da montagna, colorate. Il problema è che o non va bene la misura o non ti piacciono i colori e ogni volta che dici “vorrei provare questa”, indicando una scarpa esposta, lui ogni volta dice: “vado in magazzino a vedere se c’è”. E poiché ogni volta torna con una sola scarpa – ma tu vorresti provarne alcune –  ogni volta provi quella singola scarpa, che non ti convince o ti stringe, o ti è larga e chiedi: “e questa?”, e lui, diligente, “vado a vedere”.

L’attesa del suo andare a vedere può durare anche 5 minuti.

Cioè, lui non prende la scarpa esposta e ci passa un lettore sul codice a barre e all’istante vede in un monitor cosa c’è della mia misura e pure tutte le varianti di colore. Così, si faceva dalla mia mamma, quando mi guadagnavo i soldini nel lavoro durante le vacanze scolastiche. Il computer svelava tutto. Qui no.

Qui non esiste lettura. Questo deve essere uno di quei negozi che chiude per fare l’inventario. Per vedere cosa c’è devono letteralmente andare a vedere cosa c’è davvero.

Nostalgia di quei tempi? Di quei modi lenti cosi rari ormai?

Lì per lì io mi sono innervosita, lo ammetto. Una scarpa alla volta e ogni volta cinque minuti di attesa! Ma poi mi sono detta, parafrasando Francesco Piccolo nel suo libro Il desiderio di essere come tutti, e-che-sarà-mai. Anzi, sapete cosa? Mi sono goduta il recupero di una andamento lento. Del sapore, non dello shopping seducente di questi tempi, ma delle compere di tempi antichi. Dove chiedevi una scarpa, e ti mostravano una scarpa.

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Profilo social e identità: un viaggio pubblico e interiore. — maggio 11, 2015

Profilo social e identità: un viaggio pubblico e interiore.

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

(Alvaro di Campos, alias F. Pessoa)

Sono forse tutti i sogni del mondo quelli che mi hanno portato a chiedermi che strada seguire? Ripercorro, complice un lungo viaggio in treno, la mia esperienza in rete e scopro che essa riflette in modo speculare un pezzo del mio percorso (esistenziale?) fatto di conoscenza, ma pure di accettazione e di liberazione del mio sé.

Prima di tutto: il bisogno

Ho iniziato a scrivere un blog parecchi anni fa per il bisogno impellente di buttare fuori i miei pensieri. Il classico diario mi pareva destinato al silenzio. Il blog invece, anche se nessuno lo avesse letto, avrebbe per lo meno fatto viaggiare i miei pensieri. Li avrebbe liberati da me buttandoli nella mischia. Scrivevo, allora, prevalentemente di me e di ciò che vedevo nel mondo e di ciò che leggevo o sentivo. Si chiamava Senza Confini, quel mio blog arcaico. Poi ha cambiato sede ed è divenuto questo, dal quale sto scrivendo, Frammenti Sparsi. Qui dentro, pur continuando a scrivere del e dal mio mondo percettivo, era da subito emersa una sorta di consapevolezza pubblica. Il primo blog archetipo (oggi sparito dalla rete) era stato un diario liberato, che pigliava un volo casuale senza strategie. Questo spazio qui invece, aveva preso da subito la forma di un volo guidato.

E questo causò un primo problema. Iniziai a sentirmi insicura. Leggevo articoli interessanti e li ripetevo pari pari. Non solo nei contenuti, ma pure nello stile. Insomma, scopiazzavo. La mia voce faceva fatica a emergere. Ero come un’apprendista che copia il maestro, e il maestro nel mio caso erano l’immensità della rete, i blogs di grande successo, le parole di chi mi sembrava straordinario e molto più bravo di me. Avanzavo mescolando un pezzo di me a tentativi e prove.

L’apprendimento

La tappa successiva è stata quella del blog sul mio mestiere. Mamma mia, mi viene da dire ora. Tutto era nato perché sentivo il bisogno di raccogliere le mie scoperte professionali. Scrivermi dei report da tenere chiusi in una cartella nel computer non mi piaceva. Anche qui volevo che le mie scoperte prendessero il volo. Ma, di nuovo, ero immatura. Leggevo post di successo e li imitavo. Non solo, leggevo blog e libri che mi insegnano a costruire una reputazione on-line. Leggevo cose di personal branding, leggevo consigli di scrittura, taluni davvero utili, ma altri talmente miseri e speculativi che puntavano solo al creare traffico e non al guidare l’autore verso una propria voce. C’era questo perentorio “Sii te stesso!”. Ma come si fa a essere sé stessi se per esserlo ci si costringe dentro modelli e regole e astuzie che non sentiamo nostri?

I blog americani poi mi mettevano in ansia. Le regole sull’efficienza, da come formulare un titolo alle parole da usare per essere letti, dalle immagini preferibili a mille altre diavolerie, io le ho testate tutte. Ma più sperimentavo e più scovavo regole magnifiche più mi sentivo inadeguata. LinkedIn infine mi dava il colpo di grazia. Tutti mi sembravano così bravi, così professionali, così competenti, così incredibili e super che io mi sentivo una poveretta al loro confronto. Era tutto un lanciare regole sul successo. E io, sempre più incapace mi sentivo frustrata nella ricerca di una perfezione omologata. Per carità, oggi riconosco che tutte queste mie sperimentazioni e questi miei tentativi e tutte queste letture mi hanno fatto scoprire mondi che non conoscevo e che a modo loro sono entrati dentro di me, dove hanno trovato una nicchia comoda in cui sistemarsi. È tutto lì, dentro di me da qualche parte. E tutto mi è servito. Perché poi è arrivato il momento in cui tutte queste diavolerie e questi consigli si sono trasformati, mescolati, contaminati e per farlo hanno pescato nelle cose che erano dentro di me già prima e si sono personalizzati. Il mio stile è diventato piano piano il mio stile.

I miei io

A questo punto però si è aperta una nuova sfida. Il blog sul mestiere cresceva, e gli altri due blog (questi frammenti e quello sui viaggi) sono stati messi a riposo. E poi c’erano facebook, instagram, pinterest, linked in, twitter. Mille porte aperte su mondi diversi. E la mia domanda è stata: a questo punto mi profilo (il profilo è diventata la parola del secolo!) solo sul fronte professionale? Cioè: nel social esisto solo in quanto donna che si occupa professionalmente di eventi sportivi? Se qualcuno mi googlasse, cosa dovrebbe trovare? I guru del social media marketing ti dicono di concentrarti su una nicchia, di fare attenzione, di non creare confusione. Ebbene, un mio amico è cuoco e pure restauratore. Quale profilo dovrebbe scegliere? Se uno lo cerca su Google ne rimarrebbe disorientato? Un cuoco che fa pure il restauratore è meno autorevole?

Questa è stata la mia riflessione. L’idea che si debba essere coerenti e con un profilo chiaro e netto mi stava portando ad amputare una parte di me. Il problema è che io non sono monodimensionale. O meglio: il problema è che io non solo un’etichetta (quella che si occupa di eventi sportivi). Viviamo in un mondo di iperspecializzazione, che per certi versi va bene, perché ci consente di crescere e migliorare. Io sono identificata come un’esperta del mio ambito professionale. Ma io sono solo questo? Il mio profilo social deve limitarsi solo a questo? O ancora: il mio profilo social può essere speculare al mio io offline e “off work” senza per questo danneggiare la mia credibilità? Se posto la foto di una crostata o il testo di una poesia o se pubblico un post sulla fotografia sono meno credibile in quanto donna esperta di eventi sportivi?  O, peggio ancora, in quanto esperta di eventi sportivi, non posso parlare di fotografia?

Il fatto è che fuori dalla rete io sono tante identità e lo sono tutte insieme. Io sono il mio lavoro, io sono una che si interessa di articoli sullo sportbusiness, ma sono anche una che legge articoli su mille altre cose, alcune in contrasto totale con la mia professione. Mi chiedo come avrebbe gestito Pessoa i suoi vari eteronomi con la rete. Avrebbe aperto una pagina facebook per ciascuno o li avrebbe resi liquidi? Perché questo è ciò che io mi sono chiesta nel mio percorso di entrata, assuefazione, immedesimazione, copiatura, creatività, autonomia, libertà dentro questi tanti canali. O forse ci si dovrebbe affidare alla rete creando davvero solo eteronomi. Per non fare confusione. Oppure per proteggerci. Perché in fondo noi, la nostra vita, il nostro io sono nostri e basta?

Scrisse Pessoa:

« Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia
non c’è niente di più semplice.
Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei. »

Non ho mai pensato di creare eteronomi, ma di stare in anonimato talvolta si. Per non confondere le acque. Per non destabilizzare il mio profilo pubblico (dentro la mia piccola nicchia nella quale mi muovo, per carità, che qui parliamo di un pubblico microscopico). L’anonimato, pensavo, mi consentirebbe di esprimere i miei pareri in libertà, pareri che forse non potrei esprimere in libertà con la mia firma, semplicemente perché potrei danneggiare una mia possibile evoluzione professionale.

La libertà di essere

Cioè, mi sono chiesta recentemente: scrivere qui in questo blog mette in dubbio o offusca il mio blog più professionale? O crea confusione? Fa pensare che ci siano due Stefania Demetz, omonime?

Mi si potrebbe dire: “Che problemi irrilevanti! Molla la rete e fatti meno paranoie!” Ma a me la rete piace! Piace scoprire cose su facebook, vedere immagini su Instagram e condividere post, idee, momenti.  Io sono quella che riflette sull’impatto ambientale dei mega eventi. Sono quella che fa un crostata alla marmellata che è la fine del mondo. Sono quella che ama le lenzuola stese al vento. E sono quella che ama i piccoli e dolci bed and breakfast, e ogni tanto però ama i luoghi impersonali dei mega business hotel. Io sono una che si indigna, ma sono anche una che spesso chiude le orecchie perché l’indignazione mi fa soffrire. Io sono quella che in questo blog  ha voluto scrivere della sua dolce nonna. E del negozio della sua mamma. Ma anche di come questo nostro paese abbia mancato un esame serio con la sua storia. Io sono quella che in un altro blog ha raccontato il suo viaggio in Australia, e sono quella che su Instagram ha postato una carriola piena di immondizie. E che scrive di sportbusiness e di management.

Io sono mille cose. Il mio dna, la mie radici, i miei incontri, il mio lavoro, i miei affetti, le mie case, le mie valige e le mie torte. Tutti noi siamo tante cose. Io sono, nel senso che amo,  il management e la poesia. Io sono la lucidità e le lacrime. Io sono semplicemente io, e penso che, ecco, non credo che mi lascerò più incastrare da regole d’oro per presentarmi al mondo. Non sarò speculativa. Io scrivo un blog, due blog, tre blog perché mi fanno stare bene, non per diventare ricca e attivare nuovi business. Io non farò più nulla con lo scopo di piacere. Lo farò solo con la voglia di comunicare. Di condividere. Di conoscere. Di incontrare. E di crescere.

Alla fine questo tanto vituperato mondo social, pubblico e globalizzante e omologante, ha forzato una riflessione in me su di me.

Lo avrei fatto lo stesso? Penso di sì. Ma sarebbe stato un viaggio intimo. Questo viaggio invece è stato ed è pubblico.

E oggi sento che la via migliore, più sana, più gratificante per me sia semplicemente quella di essere la stessa persona che sono quando sono offline, con tutti i miei io che viaggiano con me dentro di me. E che prendono voce e parola a seconda di come li gira. L’unica regola cui li costringo non è il cosa o il quanto, ma il dove. Ognuno ha il suo canale. E il mosaico che ne esce c’est moi. Una Stefi una, ma colorata e poliforme.

Chissà con quale destino. — maggio 5, 2015

Chissà con quale destino.

Un viaggio in treno che ti sbatte in faccia un sacco di cose.

Parto da Bressanone, destinazione Monaco di Baviera.

Il treno giunge con 40 minuti di ritardo. Si è dovuto fermare in un tunnel tra Bolzano e Chiusa, a Prato Isarco. Una decina di persone camminava al buio lungo i binari, spiega il controllore.

Neri d’Africa. Neri nel nero, lì dentro nel buio, nessuno li può vedere.

Poco prima di Fortezza il treno si ferma.

Qualcuno ha tirato il freno. I due controllori, uno italiano e uno austriaco, iniziano a verificare cosa sia successo. Porte che si aprono e si chiudono. Dopo 10 minuti si riparte.

Trecento metri e ci fermiamo nella stazione, dove  salgono circa dieci persone : somali? Nigeriani? Un misto di tratti somatici. Alcuni ragazzi, forse venti anni, due ragazzini, una donna. Si muovono come fossero un corpo unico lungo il corridoio. Si fermano. Uno dei ragazzi ha uno sguardo calmo. Triste. Incerto.  Un altro sorride, un po’ strafottente, ma mostra paura, insicurezza. Sono vestiti bene, puliti, nutriti. Potrebbero essere studenti.

Tranne la donna. Lei pare stanca, sciupata. Lo stereotipo del profugo.

Arriva la polizia italiana. Li conduce in fondo al vagone. In silenzio. È curioso perché davvero nessuno parla. Nemmeno i poliziotti. C’è come uno stato di fatalità nel modo. Al Brennero li fanno scendere.

Intanto, il macchinista italiano passa le consegne a quello austriaco, 15 minuti e si riparte.

A Innsbruck, scendono le mie occasionali compagne di viaggio. Una di loro è molto spaventata. Al telefono con il marito lamentava un treno pieni di “Schwarzen” (neri).

Il treno riparte. Poco dopo, la donna, quella del gruppo scortato dalla polizia, entra nel mio scompartimento. Ha due borse con sè. Pantaloni blu, maglia viola. Una sciarpa. Mi chiede: German? Io dico, Germany? Munich? Lei scuote la testa. German, German? E mi passa il suo biglietto: Bolzano-Monaco. Yes, le sorrido. Lei, rassicurata si copre il viso e si mette a dormire. Salgono altre due ragazze, bianche, austriache.

A Kufstein le ragazze scendono.

Rimaniamo io e la donna. Lei dorme.

Poco dopo, il vagone si anima. Una voce che sovrasta le altre, ora in inglese, ora in italiano, da ordini a tutti. Ricompaiono i ragazzi scesi al Brennero. La voce che li guida li fa sedere nel mio scompartimento. Poi fa sedere altre persone dentro altri scompartimenti. Saranno trenta persone, mi pare. “Don’t smoke,” sento urlare la persona. E lo dirà più volte. Una volta andrà a pescare il fumatore in crisi d’astinenza nel bagno, lo sento bussare:  come out, don’t smoke!

C’è silenzio, poi ogni tanto, sit here o don’t move. Lo dice con forza, ma senza cattiveria. Sembra il tutor di una scolaresca. Va continuamente avanti e indietro nel corridoio. Al collo ha una colana con la croce di legno, il tau. Tutti fanno ciò che dice lui.

Io smetto di leggere. Guardo fuori. O guardo questi ragazzi seduti davanti a me. Quello dallo sguardo triste mi siede di fronte. Guarda il paesaggio. E gli occhi sono davvero pieni di tristezza. Al suo fianco siede quello più spavaldo. Stanno bene, si direbbe. Mi sorride, quello spavaldo, e poi si mette a parlare con la signora. È una lingua quasi gutturale. L’unica parola che capisco è Roma. Che lei ripete tante volte. Roma, Roma, Roma. E a un certo punto riconosco la parola Yahoo.

La loro conversazione viene interrotta dalla voce amplificata dagli altoparlanti: il controllore reclama la polizia al vagone 262. Lo dice, cosa che mi stupisce, in tedesco ma anche inglese. Come a volerci dire a tutti che arrivava la polizia. I ragazzi si guardano, uno sbircia nel corridoio. Ma sono tranquilli. La loro guida passa. Dice qualcosa.

Io, lo ammetto, un po’ entro in tensione. Perché poi? Tutto è calmo. I ragazzi silenziosi guardano fuori. La donna si è rimessa a dormire.

Arrivo a Monaco est. Devo scendere. Mi alzo, prendo i bagagli, e quando esco quello seduto al centro mi sorride, bye madame, mi dice. Io sorrido. Bye. Esco.

E quando sono sulla banchina mi sento come travolta da questo viaggio. E mi chiedo, chissà da dove, chissà per dove. Chissà cosa è chissà come. Chissà con quale destino.

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